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Lucca

«La maglia azzurra negata da mio padre»

«La maglia azzurra negata da mio padre»

Convocata per un tour con la nazionale giovanile nel 1955 la tiratrice fu costretta a rinunciare

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LUCCA. Un talento del basket lucchese femminile che a 19 anni fu costretta a rinunciare alla nazionale femminile per il diktat paterno che acconsentì il suo trasferimento a Montecatini in serie A perché la città termale era vicina perché ci giocavano altre due lucchesi. Rosita Arata ricorda con nostalgia quegli anni spensierati e quel parquet in mattonelle al Caffè delle Mura: «La Soprintendenza non diede mai l’autorizzazione per recintare il campo di gioco e spesso i palloni finivano giù dalle Mura dentro ai fossi. Ricordo ancora i maschi che si erano attrezzati con una lunga asta che terminava con una retina. A fine partita scendevano giù attraverso i baluardi interni e, specie d’inverno, muniti di lampade e torce scandagliavano i fossi alla ricerca delle preziose palle da basket che all’epoca erano più pesanti e avevano le stringhe che ti lasciavano il segno. Era una vera caccia al tesoro perché specie dopo piogge intense o temporali i palloni venivano trascinati sino alla Piscilla e non le riprendevi più».

La convocazione in azzurro. L’avventura con la pallacanestro di Rosita Arata inizia a 12 anni. «Dopo le scuole Dorotee iniziai a giocare nella Virtus Lucca. Ruolo? Universale. Pivot, ala, guardia. Dove mi mettevano stavo. Lo ammetto, ero bravina. Il 3 agosto 1955 l’allenatore della nazionale giovanile femminile mi convocò per un raduno a Porretta Terme. Andai bene e sarai dovuta partire per un tour all’estero con le azzurre. Avevo il cuore in gola dall’emozione, ma quando tornai a casa e lo dissi a mio padre la mia carriera con l’Italia finì prima ancora d’iniziare». Papà Diego fu irremovibile. E quando negli anni Cinquanta il «pater familias» decideva una cosa nessuno poteva contraddirlo: «Le donne non avevano il peso di oggi e mia madre e mia sorella non poterono intercedere per me. Mi vennero a cercare anche da Milano. Mi volevano nella formazione che militava in A e mi offrivano un posto di lavoro in un magazzino all’ingrosso. Niente da fare. Soltanto quando arrivò l’offerta della Pallacanestro Femminile Montecatini, promossa nella Lega di A, mio padre acconsentì. Ma a due condizioni: che mio fratello mi accompagnasse agli allenamenti e che assieme a me ci fossero altre ragazze di Lucca. Andò bene perché nella squadra termale giocavano le gemelle lucchesi Gigliola e Fiorella De Fons. Ebbi l’opportunità di viaggiare e visitare città come Trieste, Roma e Napoli. La squadra era sponsorizzata dagli albergatori termali che si tassavano per pagare le trasferte. Soldi? Neanche l’ombra tanto che a fine stagione mi presi le mute e le maglie di gioco che avrei dovuto riconsegnare». Tanti gli aneddoti: «Il ricordo che mi fa ancora sorridere a distanza di 50 anni è legato al cambio di maglia delle gemelle Da Fons durante i time out. Erano talmente uguali che neanche gli arbitri le riconoscevano. Così quando Gigliola era gravata dai falli cambiava la canotta con Fiorella e viceversa in modo da evitare espulsioni». Anche la sorella di Rosita, Mariella, giocava a basket: «A tavola litigavamo sempre: una giocava per la Virtus, l’altra per la Caf. Io vincevo e lei perdeva. Un bel giorno mio padre seccato ci prese da parte e ci disse che se non avessimo militato nella stessa squadra ci avrebbe fatto smettere. Morale? Mia sorella venne alla Virtus e le scaramucce finirono».

L’incontro della vita. Nel 1962 Rosita Arata conosce Armando Cortinovis: (l.t.)

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