Il Tirreno

Lucca

Favarin e Lazzini, ex tecnici rossoneri vincenti e disoccupati

di Luca Tronchetti
Favarin e Lazzini, ex tecnici rossoneri vincenti e disoccupati

Quando la meritocrazia nel calcio come nella vita non conta «Le promozioni e i record non servono senza sponsor»

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LUCCA. Negli ultimi cinque anni hanno accumulato promozioni e record. E la scorsa stagione hanno vinto entrambi il campionato. Oggi però Giancarlo Favarin e Giacomo Lazzini, gli ultimi allenatori rossoneri vincenti, guardano le partite in tv. Niente riconferma in panchina, nessuna chiamata da parte degli altri club. Un mistero. Ma sino a un certo punto. Perché nel calcio, come nella vita, la meritocrazia conta sempre di meno. Moggi non c’è più, ma il «moggismo» impera. Presidenti, dirigenti, factotum, segretari, potenti «consigliori» scelgono o impongono scelte non sempre logiche e spesso discutibili. E comunque in contrasto con i risultati. Un calcio che finisce per allontanare i tifosi - sempre più disgustati - da stadi ormai desolatamente vuoti.

Vincenti e disoccupati. Giancarlo Favarin dalla stagione 2008-2009 ad oggi ha vinto due campionati di D (Sporting Lucchese e Venezia), uno di Seconda Divisione (Lucchese), una supercoppa di Lega Pro 2 (Lucchese), uno scudetto di serie D (Venezia) ottenendo anche una panchina d’oro per la ex C2. Giacomo Lazzini nel quinquennio passato ha conquistato due promozioni di fila con il Rosignano Sei Rose (dalla Promozione alla serie D) e l’Fc Lucca (dall’Eccellenza alla D conquistando 82 punti, quasi un record per la categoria). È stupefacente che con simili palmares i due tecnici passino l’estate in famiglia a guardare il calcio in televisione e rodersi il fegato sui motivi della loro esclusione.

«Oggi vincere non basta e spesso non serve. - dice Favarin rintracciato al telefono dalla sua abitazione di Arena Metato - Dico la verità: mi sento frustrato. Ma non riesco a fare come certi miei colleghi che battono altre strade, si legano a carri, si affidano a procuratori, dicono sempre signorsì e sono disposti a farsi imporre la formazione da chiunque pur di sedere su una panchina. Se il calcio è diventato questo allora è meglio stare a guardare».

Subentrato in corsa a Venezia con i lagunari a +3 dal Porto Tolle l’ex tecnico rossonero è riuscito a raddrizzare la barca vincendo campionato (+8 dal Legnago) e poi scudetto di serie D. E come ricompensa è arrivato l’esonero. «Qualcuno non è stato di parola e io sono rimasto sino all’ultimo in attesa di una conferma che non è arrivata». Una chiamata in questa torrida estate mister Favarin - che tre anni fa aveva ricevuto la visita di un certo Antonio Conte, oggi tecnico della Juventus campione d’Italia e che allora voleva ispirarsi agli schemi dell’allenatore della Lucchese - l’ha avuta. «Mi ha cercato il Foligno (Seconda Divisione). Ma poi l’accordo non c’è stato. Chiedevo troppo d’ingaggio? Per niente. È che si è fatto avanti il Palermo che ha offerto al presidente degli umbri il tecnico della Primavera, Tedesco, e quattro under 20 rosanero alla modica cifra di zero euro “all inclusive”. Impossibile rifiutare per una squadra con pochi mezzi economici».

Oggi per allenare bisogna essere come i piloti di Formula Uno: portare lo sponsor. «Conosco colleghi - prosegue Favarin - che collezionano esoneri e licenziamenti, ma ogni anno puntualmente siedono su una panchina ad inizio stagione. Possibile? Certo. È semplice: basta portare soldi (attraverso sponsorizzazioni) a club di Lega Pro o di D in crisi di liquidità. Il merito di un tecnico vincente? Va a farsi benedire». In certi momenti ti verrebbe voglia di smettere: «Io per adesso aiuto la mia famiglia in panetteria. In attesa che finisca l’estata, si plachi l’arrabbiatura e ricomincino i campionati. Allora tornerò in tribuna ad assistere alle partite e ad attendere una chiamata che non arriva mai. Ma credetemi: più passa il tempo e più diventa dura. Ma cambiare il mio carattere a 54 anni non è possibile: non riuscirei più a guardami allo specchio».

Record inutile. Ha vinto un campionato di Eccellenza con l’Fc Lucca dominando dalla prima all’ultima giornata. Ma la Lucchese non l’ha riconfermato e Giacomo Lazzini, da quell’amaro addio non ancora metabolizzato, attende ancora di ricevere una chiamata da un’altra società: «Un pour parler c’era stato con la Massese, ma soltanto se i bianconeri non avessero vinto i playoff e non fossero saliti in D. Per il resto al telefonino non mi ha mai cercato nessuno per offrirmi una panchina nè in D e nemmeno in Eccellenza. Adesso non ho neanche voglia di andare a vedere le partite. Sono troppo depresso e sto pensando anche a trovare un’alternativa. D’altronde un allenatore ha anche una famiglia da mandare avanti. Eppure ho vinto tre campionati in sei stagioni e credo di saper gestire al meglio un gruppo. Perché non mi chiamano? Vedo colleghi che non hanno mai vinto, ma che attraverso «cordate», amicizie, conoscenze riescono a trovare un posto. A volte la colpa è pure dei presidenti o dei dirigenti: prendono giocatori forti e risparmiano sul tecnico. E puntualmente falliscono la stagione. Il procuratore? È vero che ad allenare siamo in tanti, ma credo che quella figura non sia adatta a un professionista che deve guidare e gestire al meglio un gruppo. Quattro anni fa quando ho mollato il lavoro puntando nuovamente sul calcio pensavo che avrei potuto emergere con le mie forze, con le mie capacità. Oggi non sono così sicuro».

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