Sicurezza
La lunga notte di festa tra brindisi e imitazioni
Sono stati i lucchesi Barsanti e Nieri a trascinare tutto il gruppo biancorosso I sigari cubani di Parente e la maglietta celebrativa del ds Vangelisti
LUCCA. Quando un urlo rimane strozzato in gola per 18 anni, l’effetto quando esce allo scoperto è dirompente. È passata una manciata di secondi dalla sirena finale che ha decretato la promozione in Dna e il parquet del Palatagliate è già totalmente invaso dai tifosi.
Il simbolo della festa sono i due giocatori lucchesi, Andrea Barsanti, mattatore della finale con un incredibile 6/8 dai tre punti e il suo amico inseparabile Giorgio Nieri.
Sono loro due a gridare e a godersi fino in fondo, in mezzo alle lacrime, il bagno di folla e il calore degli ztl Menenos, ragazzi cresciuti con loro che sono sempre stati vicini alla pallacanestro e quest’anno si sono organizzati per dare alla squadra la tifoseria che si merita.
Sono loro due ad avere l’onore del taglio delle retine. Il primo è proprio Barsanti, a petto nudo, che viene issato sul canestro di fronte alla panchina biancorossa e si aiuta con un mazzo di chiavi scandendo il ritmo degli applausi. Nieri invece aspetterà che Mirandola abbia lasciato il campo e per lui, lucchese di via Fillungo nato in centro storico, l’emozione di ripercorrere le gesta di suo zio Giovanni Giusti a 21 anni di distanza dalla finale vinta con Asti, ha un sapore tutto particolare.
Intanto intorno si sprecano le richieste di foto ricordo, autografi, sopramaglie e completini da regalare ai tifosi e a conquistare la scena è Gian Paolo Drocker, il capitano di sempre che quest’anno si è dimostrato un vero e proprio collante per lo spogliatoio.
Il delirio sul parquet dura quasi un’ora e poi si sposta negli spogliatoi dove Parente ha portato a tutti il sigaro della vittoria, un cubano da fumare tutti insieme nel rispetto della tradizione Nba.
I Menenos arrivano anche qua e iniziano i gavettoni con Roberto Russo e il vice Alessandro Petrini che finiscono sotto la doccia mentre uno dopo l’altro vengono snocciolati i cori per tutti i protagonisti di quest’impresa, dallo staff tecnico a quello medico, fino ai dirigenti e all’addetto stampa.
E a quel punto spuntano anche le magliette commemorative fatte preparare dal direttore sportivo Umberto Vangelisti e tenute nascoste fino all’ultimo momento per scaramanzia. “Je…nzo!!! È Dna”, recita la scritta rigorosamente in biancorosso che si ispira all’urlo prepartita scelto dai giocatori per l’intera stagione, una sorta di rivisitazione dell’inizio di “Danza Kuduro”, una delle hit della scorsa estate.
Un delirio infinito che si protrae fino oltre le 22 con i custodi del palazzetto che faticano a chiudere i cancelli e a mandare tutti a casa.
L’epilogo è fissato alla pizzeria il Corsaro a San Marco dove uno dopo l’altro arrivano i giocatori con le fidanzate, gli allenatori, lo staff e altri appassionati. Anche qui cori, battute con Giacomo Sereni nei panni di mattatore.
Da veneziano di San Marco ha infatti imitato l’accento molisano di Sorrentino e poi ha strappato lacrime e applausi esibendosi in perfetto livornese sui refrain tipici di coach Russo.
Infine è stato il momento di Drocker che ha portato due sue maglie bianche con il numero quattro e le ha regalate a Nieri e Barsanti, “i suoi primi tifosi”, strappando lacrime di commozione.
Perché l’impresa che ha fatto questa squadra ha al suo interno un cuore tutto lucchese. Anche se il gruppo, lo spogliatoio è stato davvero il protagonista principale dell’impresa che ha portato l’Arcanthea nella serie A dei dilettanti.
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