Il Tirreno

Lucca

Russo, il perfezionista che vive per la Lucchese

di Luca Tronchetti
Russo, il perfezionista che vive per la Lucchese

Lavoro, professionalità, sacrificio, concentrazione sono il suo pane quotidiano Passato, presente e futuro della Ruspa che ha salvato i colori rossoneri dall’oblio

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LUCCA. Nessuno gli ha mai regalato nulla nella vita. Le oltre 300 partite in B, le promozioni, i successi in campo e fuori li ha ottenuti con il sudore della fronte. Fatica, sofferenza, rinunce. Soltanto così si cresce, si diventa uomini, si costruisce un futuro solido. Ieri come oggi Bruno Russo, autentica icona con le sue 11 stagioni vissute con la maglia rossonera, resta fedele a se stesso. Ci mette la faccia: sempre e comunque. Una forza di volontà fuori dal comune, un carattere d’acciaio trasmessogli da papà Francesco «Ciccio» che non lo ha mai ostacolato, lui ultimo maschio di nove figli, incoraggiandolo e risultando determinante agli albori della sua carriera di calciatore. Alzi la mano chi credeva che la «Ruspa» - al suo primo anno in un ruolo completamente nuovo come quello di responsabile dell’area tecnica e con una società messa su in poche ore - fosse in grado di costruire una macchina da guerra in grado di dominare dall’inizio alla fine il campionato di Eccellenza avviandosi a battere il record regionale. Lui fa spallucce e la sua testa è già rivolta a domani: al campionato 2012-2013, alla serie D.

Una nuova avventura. È un uomo di mare Bruno Russo. Ama l’innovazione, l’avventura, la scoperta di nuove frontiere. In carriera ha sempre fiutato il vento giusto scegliendo prima Taranto, poi Spezia e infine sposando Lucca e la Lucchese. Affascinato dalla serietà dei progetti, dalla lungimiranza dei personaggi. Inutile stare a girarci intorno Russo sogna di diventare un giorno il Ferguson rossonero. Plenipotenziario dell’area tecnica. E sa che il traguardo sarà possibile soltanto a patto di non sbagliare nulla proseguendo sulla scia della stagione che sta per terminare. «Prenderemo tre over (un difensore-centrocampista e due punte), cinque under (esterni destri e sinistri, portiere, centrocampista) e confermeremo 7-8 esperti, 5-6 giovani più Tosto e Francesconi che dovranno essere all’altezza del responso del campo». Efficienza teutonica a patto che il dg abbia le idee chiare su chi deve arrivare. «I cinque giovani li ho già in mano» dice con un pizzico di presunzione. Gli chiedi da quale settore giovanile provengono e lui ti guarda sornione e sorride: «Ma pensa che vogliamo far arricchire gli altri? Sono ragazzi che arrivano da formazioni minori, da settori giovanili di squadre dilettantistiche. Gli istruttori della Lucchese li faranno diventare calciatori veri. Dovranno essere delle macchine perfette: non ammetto gente superficiale che ama la bella vita e si alza a mezzogiorno. Se vuoi fare il calciatore devi sputare sangue in allenamento e non stancarti mai d’imparare. Guardi che l’anno prossimo voglio giocare con un calciatore nato nel 1995 tra i titolari anche se la quota minima resterà il 1994».

Calcio inglese. Russo è un cultore del calcio inglese. Affascinato dai metodi. «L’anno prossimo la prima squadra e la Juniores faranno allenamento insieme all’Acquedotto. Trentasei calciatori che faticheranno l’uno accanto all’altro e saranno sempre sulla corda. Indossare la maglia rossonera dev’essere una conquista giornaliera e chi arriva da noi sarà consapevole del ruolo che riveste. Sono favorevole anche ai contratti ad obiettivo. Chi non si adegua meglio che cambi aria». Il settore giovanile però resta un’incognita: l’anno prossimo scuola calcio, Esordienti e Juniores nazionali. Un po’ pochino. «Stiamo ricostruendo dalle fondamenta e non per colpa nostra. Nel 2013 i ragazzi della Scuola Calcio passeranno agli Esordienti, gli Esordienti ai Giovanissimi. E l’anno successivo ripristineremo anche gli Allievi. Dobbiamo fare le cose per bene senza fretta. Quest’anno mi concentrerò soprattutto sulla Juniores che dev’essere il serbatoio naturale della prima squadra. Scout? Siamo in D, non possiamo ancora permetterceli. Io vado a vedere i calciatori, li provo, li giudico, li scelgo. Quando torneremo tra i professionisti ci organizzeremo meglio. La pressione non mi spaventa: ho le spalle larghe. E la fortuna di avere dirigenti seri, onesti e appassionati che mi hanno dato carta bianca. Con qualche innesto saremo competitivi anche nella A dei dilettanti».

Promozione. In D sarà più difficile che in Eccellenza. «Non dobbiamo farci condizionare dal risultato a tutti i costi. Ai tifosi prometto che la Lucchese sarà composta da giovani interessanti in prospettiva futura. Saremo lassù in alto: per vincere poi serve anche un pizzico di fortuna. Il budget? Non occorre svenarsi. Con una gestione di 7-800mila euro si vincono i campionati, ma si possono vincere anche con 4-500mila euro. L’importante è sbagliare meno degli avversari sulle scelte di mercato. Il mio sogno? Sento crescere l’entusiasmo della gente verso questo squadra. Il pessimismo che regnava all’inizio dell’avventura si è trasformato in energia positiva. Ecco adesso vorrei che la giovane generazione degli imprenditori lucchesi guardasse al calcio come a una qualsiasi altra azienda con costi e ricavi. E sono le persone che fanno le aziende.Il calcio non è solo fallimenti e rovina. Se lo gestisci come si deve diventa fonte di reddito e di benessere per l’intera comunità. L’esempio dell’Empoli è sotto gli occhi di tutti. Far crescere i ragazzi, lanciarli nella Lucchese e proiettarli verso i club più prestigiosi è la mission del futuro. Giannecchini e gli altri soci non debbono essere lasciati soli. Sono certo che dietro ci sono altri giovani di talento che possono investire nel calcio a Lucca. Serve quel coraggio imprenditoriale in grado di dare una mano alla squadra cittadina senza svenarsi sapendo che lo sport a certi livelli crea un indotto importante. Su questo fronte la società e in particolare il nostro Gianluca Campani stanno lavorando alacremente».

Fratelli e Maestri. Pino Vitale, Egiziano Maestrelli, Beppe Benvenuti, Enrico Castellacci e Corrado Orrico. Personalità fondamentali nella crescita umana e professionale di Bruno Russo: «Pino è un fratello maggiore. Il prototipo dell’uomo del sud trapiantato al nord. Da lui ho imparato cos’è la programmazione. L’unico modo per raggiungere gli obiettivi. Mi è sempre stato vicino anche nei momenti difficili. Ricorderò sempre che quando morì mio padre nel 1997 me lo trovai alle 7 del mattino davanti alla porta della casa di Mirto in Calabria. Lui Egiziano e Beppe erano partiti da Firenze all’alba per testimoniare il loro affetto. Orrico? Ero il suo giocatore ideale. Non fosse stato per quel suo carattere impossibile avrebbe allenato 20 anni in serie A».

Amarezza. Russo ha sempre avuto la sensibilità di capire i compagni, di gestire i rapporti, di insegnare a stare in campo in un certo modo. E l’allenatore è il suo sbocco naturale. Un rammarico ce l’ha e brucia ancora: quello di non aver avuto l’opportunità a fine carriera di guidare in panchina la Lucchese. «Ci rimasi male quando l’anno dopo la conquista dei playoff con Viscidi la società non mi offrì la possibilità di guidare la prima squadra. Capisco se avessero preso un tecnico di nome, ma ingaggiarono Baldini che era alle prime armi. Ci rimasi male e decisi di lasciare Lucca seguendo Viscidi a Vicenza».

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