Attenzione
Un lucchese alla Dakar sulle Ande
Alessandro Petrini
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Daniele Carmignani si allena in palestra Daniele Carmignani ci riprova dopo due esperienze sfortunate
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LUCCA. Da piccolo i suoi miti erano Peteransel, Oriol, De Perti e Picco. Allora foto e poster di motori impegnati tra le dune del deserto tappezzavano la sua camera mentre lui sognava la Parigi - Dakar. Ora la Dakar non si corre più in Africa ma lungo le piste del Sudamerica tra il deserto e la cordigliera delle Ande ma il sogno rimane intatto. Daniele Carmignani ha la sfrontatezza e l'apertura mentale di chi ha genitori che provengono da posti completamente diversi. Suo padre, originario di Montecarlo, era in Marina e in Sardegna, all'isola della Maddalena, ha conosciuto sua madre. Lui invece è nato a Taranto e ora vive a Lucca dove lavora come cromista e ritoccatore d'immagini all'Ideaprint all'Acquacalda. Ma il sogno della Dakar è rimasto intatto nel tempo, con le due partecipazioni sfortunate nel 1998 e nel 2006. «Nel 1998 la Dakar è stata la mia prima gara in assoluto - racconta Daniele -. Mi unii a Fabrizio Meoni, che all'epoca non aveva ancora vinto niente. Fu lui a portarmi per la prima volta in Libia e pochi mesi dopo ci ritrovavamo alla partenza di Parigi verso il Senegal, entrambi senza meccanico. Purtroppo dopo 5 tappe mi sono rotto una spalla tradito dalla luce e da uno squarcio del terreno, ma ho scelto comunque di continuare e mi sono ritirato alla nona tappa, dopo 2000 km fatti con una mano sola». La seconda volta è stata invece nel 2006, l'anno dopo l'incidente mortale di Meoni. Quell'anno Daniele ha aderito e collaborato subito alla Fondazione Meoni onlus che raccoglie fondi per i bambini africani, per favorirne la scolarizzazione, la formazione, il diritto al lavoro e alla salute. Significativa la scelta di presentarsi alla Lisbona - Dakar con una moto interamente dedicata alla fondazione, poi durante la corsa, alla nona tappa, fu squalificato per taglio del percorso, rimasto vittima della discrezionalità del regolamento. Stavolta partirà con molta più esperienza e soprattutto con il titolo di campione del mondo di Enduro 450 P. «L'obiettivo è arrivare in fondo alla corsa e preservare me stesso e la meccanica della moto», confida lui che si sta preparando alla sua prima competizione in Sudamerica. «Rispetto all'Africa - prosegue - c'è meno spaesamento. Nel Sahara si è veramente fuori dal mondo, soli con se stessi. In Argentina e Cile invece ci sono sempre piste parallele piene di pubblico e se si ha un problema c'è sempre qualcuno pronto a dare una mano. Là la Dakar ha un seguito simile al Giro d'Italia e al Tour de France e un rischio è rappresentato proprio dalla gente che ti segue ovunque, anche nei luoghi più pericolosi. L'altra differenza è che è aumentata la tecnicità del percorso, che per le moto è differente rispetto a quello per i camion e le automobili». Così Daniele il 27 dicembre si troverà a Buenos Aires per tre giorni di prove e il 1º gennaio partirà per questo raid in 14 tappe tra i 400 e i 600 chilometri che lo condurrà fino ai 5000 metri di altitudine delle Ande, non lontano dalla zona archeologica di Machu Picchu, per poi tornare nella capitale argentina. Per questo ha iniziato un programma specifico di allenamento in moto e mountain bike coordinato con lavoro di potenziamento in piscina e in palestra presso il centro Ego di Monte San Quirico. «Soprattutto svolgo un lavoro aerobico», spiega lo stesso Daniele Carmignani, precisando che in questo periodo frequenta i percorsi della Garfagnana e poi le piste della School di Enduro al Ciocco.
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