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Il delitto

Lucca, ucciso nel piazzale dell’azienda. Le lacrime della vedova Kaja: «Pepa era accecato dall’odio»

di Luca Tronchetti

	Il piazzale teatro del delitto, Marjan Pepa; gli avvocati Treggi e Maffei e in basso il legale Vetere
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Il piazzale teatro del delitto, Marjan Pepa; gli avvocati Treggi e Maffei e in basso il legale Vetere

Per la donna voleva interferire sulle scelte di vita della famiglia: «Tramite un amico comune i suoi fratelli volevano scusarsi del male che Marjan ha fatto a tutti noi». La situazione economica della famiglia Kaja è cambiata: ditta chiusa con quattro finanziamenti che erano ancora accesi

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LUCCA. Le parole arrivano via via più spezzate. Perché il dolore rende difficile il racconto. E la frase s’interrompe quando il ricordo di quella terribile serata del 7 gennaio 2025 si focalizza nel momento in cui la modalità torcia del cellulare che illumina il piazzale della Smurfit Kappa scorge a terra in una pozza di sangue il corpo esanime del marito. In quel preciso istante Aurora Alka Kaja dopo 45 minuti di sofferto monologo – con l’avvocato di parte civile Federica Maffei che, consapevole del dramma, prova a mettere a suo agio usando tatto e delicatezza la vedova di Artan Kaja, il titolare della ditta di trasporti “Tony Service” ucciso da un connazionale – le lacrime soffocano i vocaboli e si sostituiscono a un pianto dirotto che costringe Alessia Solombrino, il presidente di Corte d’Assise, a sospendere l’udienza per una decina di minuti.

E lì che la tensione sale e provoca la reazione comprensibilmente scomposta, ma comunque da evitare in un dibattimento pubblico, di un paio di parenti della vittima che gridano in aula parole cariche di rancore nei confronti dell’imputato: Marjan Pepa, 52 anni, albanese, reo confesso del delitto, che resta impassibilmente seduto accanto al suo legale Francesco Vetere. Alla ripresa dell’udienza, a titolo precauzionale, un carabiniere rimane nell’interno dell’aula 1 affinché che il procedimento penale prosegua senza ulteriori intoppi e turbative.

Un punto fermo

Dura oltre un’ora la deposizione della vedova di Artan Kaja. Una testimonianza che mette dei paletti alla tragica vicenda.

L’omicidio volontario premeditato – con l’ex amico, coetaneo e connazionale ammazzato come un cane con un colpo di fucile sparato in testa – nasce dalla fine di un rapporto fiduciario tra vittima e carnefice con quest’ultimo, una persona profondamente sola e isolata dalla comunità, che ha covato nel tempo un odio smisurato dopo essere stato allontanato dalla famiglia Kaja per quel modo importuno e prevaricatore di volersi sostituire all’imprenditore albanese dall’educazione dei figli al comportamento in pubblico della moglie.

Questa pressante ingerenza bloccata con il progressivo allentamento nei rapporti sino alla scazzottata tra “Tony” e Pepa alla “pesa” della Smurfit Kappa per il solito pesante apprezzamento nei confronti di Aurora, potrebbe avere scavato un solco profondo provocando nell’omicida un’ossessione che – dopo essersi licenziato mesi prima della tragedia dalla ditta di autotrasporti Agostini dove lavorava e non aver più messo piede all’interno della multinazionale della carta – lo avrebbe portato a pianificare il delitto.

Nessuna avance da Pepa

Non usa mezzi termini la vedova Kaja: «Nessun flirt con altri uomini e tantomeno con Pepa. Nego in maniera categorica una sua avance. Non ho mai percepito un interesse verso di me. Se ho commesso un errore e quello di non insistere con mio marito per denunciare quelle continue offese rivolte alla nostra famiglia sia davanti a noi che in nostra assenza. Ma Tony restava indifferente e mi diceva sempre di lasciar perdere che Marjan era un poveretto, un mezzo cretino. Potevo aspettarmi di trovare l’auto rigata o un vetro rotto, ma mai avrei pensato che potesse arrivare a uccidere».

Un uomo solo

E dire che inizialmente il rapporto con Marjan Pepa era decisamente buono: «Mio marito era tra quelle persone arrivate nel 1991-92 dall’Albania con i gommoni iniziando a lavorare al nero sino a quando nel 1998 ha avuto un contratto vero all’interno della Smurfit Kappa occupandosi della gestione dei bancali in legno all’interno del piazzale della multinazionale.

Avevo 16 anni quando mi ha fatto arrivare in Italia all’inizio come collaboratrice sino a quando l’azienda mi ha affidato l’appalto per le pulizie nella fabbrica. Eravamo felici e la nascita dei figli aveva consolidato ancora di più il nostro legame. Poi Artan ha conosciuto Marjan. Era da solo con i fratelli e le sorelle che abitavano lontano e mio marito ha voluto aiutarlo. Ha iniziato a frequentare la nostra casa, a mangiare con noi, ad accompagnare il figlio minore agli allenamenti del calcio e una volta, quando siamo andati in vacanza, è rimasto a dormire a casa nostra con i ragazzi.

Tuttavia con il passare del tempo mi sono accorta che, oltre a bere molto, iniziava a essere invadente a contestare mio marito su qualsiasi cosa arrivando a dirgli che non era un buon padre e non meritava quello che si era guadagnato. Era divenuto possessivo con i nostri figli e, in un periodo antecedente al Covid, ci aveva fatto conoscere una sua nipote minorenne sostenendo che dormiva con lei.

Una situazione che non mi piaceva e che ha accelerato il distacco. Ma nel suo lavoro di camionista lo vedevo in ditta a scaricare e un paio di volte me lo sono visto davanti in magazzino mentre facevo le pulizie con quel sorriso malato capace di provocarmi in continuazione.

Mi diceva che andavo a letto con mio figlio piuttosto che con un camionista o che in casa facevamo le orge. Una volta gli ho lanciato una scopa, un’altra lo ho inseguito con un gancio. Ho avvertito anche il capo fabbrica che mi importunava e ci siamo rivolti al suo datore di lavoro. Ma lui a proseguito sino all’episodio dell’agosto 2024 quando è intervenuto Tony e sono venuti alla mani sino a quando non sono stati divisi. So che Pepa, accompagnato dal suo datore di lavoro, è stato chiamato in direzione e da quel momento quando ci vedeva non alzava neanche la testa. Poi abbiamo saputo che si era licenziato e non l’abbiamo più visto».

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