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Corte dei conti

Lucca, auto di servizio per andare in palestra e dal dottore: condannato ex ufficiale dell’Arma

di Pietro Barghigiani
Lucca, auto di servizio per andare in palestra e dal dottore: condannato ex ufficiale dell’Arma

Accusato anche di assenteismo, dovrà pagare 93mila euro al ministero

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LUCCA. Con l’auto di servizio, e in un orario in cui doveva fare quello per cui era pagato dallo Stato, si spostava dalla sua casa a Lucca per farsi visitare da un ortopedico di fiducia. E sempre con la stessa auto si recava anche in una palestra di Querceta per farsi consigliare da un istruttore di body building esercizi e metodi di allenamento. Non episodi occasionali, ma sistematici.

Sono alcuni passaggi delle violazioni contestate dalla Corte dei conti all’ex comandante della Compagnia dei carabinieri Setaf di Camp Darby nella sentenza di condanna a risarcire l’Arma dei carabinieri e il ministero della Difesa con 93mila 335 euro.

Assenteismo

Franco Rimicci, 62 anni, di Livorno, in congedo da tempo, tenente colonnello all’epoca dei fatti, è stato riconosciuto responsabile tra l’altro di «danno all’immagine da assenteismo fraudolento». Nello stesso procedimento è stato condannato a risarcire le medesime istituzioni con 6mila 312 euro anche il tenente colonnello Lucio Merlo, 61 anni, di Montebelluna, nel periodo in esame comandante del gruppo carabinieri Setaf nella base americana di Vicenza e di fatto superiore di Rimicci.

Le condanne penali

La vicenda del danno erariale segue quella penale nella quale Rimicci e Merlo sono stati condannati in primo grado (pende appello) a 3 anni e 6 mesi per peculato il primo e un anno e 4 mesi con la condizionale il secondo per rivelazione di segreti d’ufficio, favoreggiamento e false informazioni al pm. Era il processo per la storia di auto, benzina e Viacard a “scrocco” tra i carabinieri del Setaf all’interno di Camp Darby dal 2015 al 2017. Un malcostume diffuso che alla fine si era concentrato su quattro militari, uno dei quali all’epoca dei fatti era il comandante della Compagnia.

Un’inchiesta nata da un esposto anonimo circostanziato e condotta dal nucleo investigativo dei carabinieri di Pisa con pedinamenti e Gps installati sulle auto usate per scopi privati dagli indagati. Un imputato era stato assolto, due avevano patteggiato 2 anni per peculato e due condannati – Rimicci e Merlo – ai quali ora la Corte dei conti impone un risarcimento.

Le auto

Per la Corte dei conti «Rimicci ha utilizzato le autovetture di servizio senza alcuna previa autorizzazione ed in maniera sistematica, tant’è che, nel corso del breve periodo di osservazione, interrotto precocemente a causa della rivelazione dell’esistenza di un’indagine penale da parte del Merlo, gli episodi sono stati piuttosto numerosi e tali da rivelare, in via presuntiva, l’esistenza di un sistema consolidato. Non soltanto si è recato a casa, al centro fisioterapico di Querceta ed a quello ortopedico di Lucca durante l’orario di servizio, ma ha anche falsificato in continuazione i registri di presenza, per fare risultare che era in servizio quando era invece a casa o nei centri medici».

Falsificazione

Quello che era emerso nel processo penale diventa materia viva nel giudizio contabile per sottolineare «la falsificazione dei registri, risultata di carattere sistematico nel breve periodo in cui le indagini si sono potute espletare, prima che l’intervento del Merlo impedisse ogni ulteriore sviluppo, non costituisce un’attività ascrivibile a disattenzione, o all’impossibilità per il Rimicci di verificare la correttezza delle annotazioni apposte dal personale, giacché in più occasioni era stato egli stesso ad operare la falsificazione, per fare risultare di essere in servizio quando invece era a Querceta, a Lucca o a casa».

Nessun controllo

Non solo per i giudici contabili era grave il comportamento dell’ufficiale dell’Arma nell’utilizzare l’auto di servizio per i suoi interessi personali, ma è significativa a livello di dolo «la sistematica attività di occultamento del danno, resa ancor più insidiosa dal fatto che era il Comandante della Compagnia Setaf di Pisa, sicché non vi era in loco nessun altro soggetto sovraordinato, che potesse accorgersi delle falsificazioni». Nessuno lo controllava, ma le abitudini erano note. E qualcuno con l’esposto anonimo le aveva segnalate dando il via alle indaginil




 

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