Il Tirreno

Lucca

L’intervista

I cinque anni lucchesi di monsignor Giulietti: «Lavoriamo su giovani e casa»

di Luca Cinotti
I cinque anni lucchesi di monsignor Giulietti: «Lavoriamo su giovani e casa»

L’arcivescovo arrivò in città a piedi da Altopascio il 12 maggio del 2019 «Il Covid ha aggravato la povertà. E per gli alloggi siamo nel dramma»

13 maggio 2024
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LUCCA. Cinque anni fa (e una manciata di giorni in più) un uomo si metteva in cammino, a piedi, da Perugia per raggiungere Lucca. Fino ad Altopascio viaggiò “in incognito”, sfruttando da Siena il tracciato della Francigena. Per l’ultimo tratto quel pellegrino, l’arcivescovo Paolo Giulietti, decise di farsi accompagnare dai fedeli della sua nuova diocesi. Era il 12 maggio 2019, una domenica come oggi. E arrivato in cattedrale dopo un cammino fra ali di persone a salutarlo, Giulietti pose sul piatto le due priorità del suo magistero: giovani e povertà. Cinque anni dopo, spiega al Tirreno, sono sempre questi due punti a preoccuparlo: come allora, anzi più di allora.

Monsignor Giulietti, partiamo dai giovani: sicuramente la fascia di popolazione che più ha subito l’impatto della pandemia. Quanto lavoro c’è ancora da fare?

«È chiaro che tutta la vicenda del Covid ha reso questa priorità ancora più urgente: il lavoro educativo e di evangelizzazione paga il tribubo al disagio che il Covid ha lasciato negli adolescenti. Sono andati in crisi modelli e tutta una serie di attività che parevano funzionare: anche l’aggregazione deve ripartire, c’è tanto lavoro da fare. Però non è una sorpresa: c’erano già segnali di un’emergenza educativa che il Covid ha fatto emergere con grande forza. Per questo il lavoro con le nuove generazioni è prioritario. Ad esempio il progetto “Otri nuovi”, che vorrebbe richiamare le comunità cristiane a impegno collettivo. Sono stati fatti passi in avanti positivi: penso alla legge regionale sugli oratori e alla ricostituzione della Pastorale giovanile. C’è stato un investimento, ma non bastano cinque anni a produrre dei frutti, anche perché quasi due e mezzo sono stati penalizzati dal Covid. Per questo i giovani restano in cima alle preoccupazioni. Anche durante la mia visita pastorale sottolineo il tema delle nuove generazioni: i giovani hanno bisogno che il mondo investa su di loro».

L’altro tema che lei propose in San Martino fu quello della povertà. E la situazione non sembra essere migliorata, come emerge anche dal recente rapporto della Caritas.

«Va peggio del previsto, il Covid ha aggravato le dinamiche sociali portando conseguenze importanti e negative. Sono emersi fenomeni particolarmente penalizzanti: il tema della casa in questo momento ha Assunto proporzioni che non si sospettavano cinque anni fa. Basti pensare a tutta la questione degli affitti brevi e all’aumento dei canoni. Se il lavoro un po’ è migliorato, il tema della casa associato con il reddito non è migliorato. Il tema dei working poor sta lì a segnalarcelo: il lavoro non basta a garantire i bisogni che sono importanti e la casa è quello più drammatico. Una situazione che colpisce soprattutto a Lucca e Viareggio dove non ci sono più case e quando si trovano i proprietari chiedono garanzie e canoni fuori dalla portata di tanti. Su questo versante abbiamo aumentato l’impegno della Caritas, anche attraverso nuovi strumenti».

Lei ha lavorato anche sulla struttura della diocesi, che deve fare i conti con la carenza di religiosi. Per questo hanno preso piede le comunità parrocchiali, che “mettono insieme” le vecchie parrocchie. Che bilancio ne può fare? Quante resistenze si è trovato davanti?

«Le comunità parrocchiali, almeno sulla carta erano presenti da tanto tempo. Sono stati attivate di fatto a partire dalla costituzione dei consigli pastorali e anche la mia visita vuole rafforzarle. Rispetto alla mentalità della parrocchia c’è da fare uno scatto: la tradizione lucchese, anche grazie a un numero di preti importante aveva mantenuto la vita della chiesa intorno al parroco e al campanile. La comunità rinuncia a queste cose: si deve pensare in termini di territorio e non di parrocchia, di comunità e non di prete. È un passaggio di mentalità che richiederà del tempo. La consapevolezza della sua necessità in molti è cresciuta, anche se effettivamente non senza disagio. In tanti non c’è ancora: ci sono resistenze tra i sacerdoti e tra i laici impegnati. Sono tensioni da mettere in conto, difficoltà prevedibili: è una svolta che andrà a regime nei prossimi decenni. Abbiamo avviati dei processi, diamo loro tempo. Piuttosto segnalo che il cambiamento è più urgente dove le resistenze sono maggiori. Penso alla Garfagnana, dove c’è una grandissima tradizione di religiosità popolare ma dove ora le difficoltà sono più grandi. Se non si cambia, il futuro in queste zone appare molto oscuro».

Recentemente un gruppo di laici impegnati chiedeva una sua presa di posizione su alcune posizioni “preconciliari” da parte di una fetta del clero che guarda al passato. Cosa risponde a questi fedeli?

«Nei periodi di cambiamento ci sono sempre resistenze in nome del passato. Soprattutto quando la transizione sembra non essere del tutto felice ci si può fare domande del tipo “ma tutto il rinnovamento del Concilio ha portato novità della chiesa?”. La rispostà è si e no: non tutti i tentativi sono stati felici, non tutto è stato fatto bene. E allora chi guarda all’indietro ha argomenti per dire che il passato era migliore. Ma la situazione a Lucca, da questo punto di vista, non è più grave che altrove, anzi: si tratta di fenomeni che sono legati a piccole realtà. Io rimango assolutamente tranquillo, ci sono località che hanno problemi molto più grandi dei nostri. Capisco che questo atteggiamento possa infastidire, ma non sono preoccupato per niente: sarà superato con il tempo, proprio perché sono realtà circoscritte. D’altra parte dobbiamo riconoscere che nel rinnovamento conciliare qualcosa possa essere stato sbagliato: queste tendenze, che esistono, ci dicono che c’è un disagio che ha la sua ragion d’essere. Qualcuno ha spinto troppo sul gas, mentre qualcun altro sta tirando troppo il freno».

Cosa hanno lasciato nell’uomo Paolo Giulietti, non solo nel vescovo, questi cinque anni “lucchesi”?

«Ho cominciato a capire i luoghi: vengo da una realtà, Perugia, che può sembrare affine ma non lo è. La Lucchesia è una sorta di territorio federale, con la piana, il mare, la montagna. Ed è un territorio di grande originalità. Ho dovuto imparare molte cose e in alcune sto ancora entrando. Sono stati anni di apprendimento, di scoperta, di cose belle e interessanti. Quando vengono amici da Perugia e mi dicono “sei diventato lucchese”, io sono contento. Hanno contato molto i tantissimi incontri che ho avuto, da quelli istituzionali a quelli con la gente. E questo non è un cammino finito: la visita pastorale è un grande momento di scuola, vedo posti dove non sono mai stato e ricevo una positiva accoglienza da parte di gente e istituzioni. Il confronto con Perugia, dove c’è un anticlericalismo radicato, è senz’altro vincente».

Cinque anni fa venne accolto da tantissima gente festante, persone che volevano una foto con lei e che uscivano da casa per farle dei regali. Se lo aspettava? E come è cambiata la diocesi in questi anni?

«Quello che avvenne cinque anni fa fu sorprendente anche per me, non mi aspettavo una cosa del genere. In generale, questi cinque anni sono “ volati”. E una delle cose più importanti che è accaduto è che la diocesi è meno “luccocentrica”. Prima era molto centrata sulla realtà di Lucca, mentre ora le realtà periferiche hanno ripreso vigore. Certo, sono dinamiche da valutare in vent’anni, ma posso dire che anche Viareggio è entrata dentro un disegno più corale. E la riorganizzazione della curia andava in questa direzione: ridare importanza a tutte quelle cose che non accadono al centro della diocesi. Perugia, ad esempio, è una diocesi con un centro molto pesante, dove abitano due terzi dei fedeli. Qui non è così: è una diocesi policentrica».

Guardando al futuro: che importanza ha il restauro del Volto Santo? E quando si può immaginare sarà terminato?

«Anche questo è stato un evento imprevisto. Per il restauro i tempi non sono cortissimi: si spera che per Santa Croce 2025 sia ricollocato nel suo tempietto. È un’operazione impegnativa, viene portata avanti con massima cura e professionalità: la ricollocazione sarà un evento, anche spiritualmente significativo. E che va ad aggiungersi ad altri, come la canonizzazione di Elena Guerra e il Giubileo del prossimo anno, che mostrano segnali di risveglio della Chiesa dal punto di vista spirituale e culturale».

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