Toscana
Lucca, addio a Beppe Lorenzini: il ritratto dell’edicolante-tifoso, innamorato dalla Lucchese
Il popolare “Beppe” scomparso nella notte a 70 anni dopo una lunga e terribile malattia. La nostra proposta
LUCCA. Per l’ultimo viaggio indosserà la maglia della Lucchese coperta dalla felpa degli ultras e domani, dopo la cerimonia religiosa, il feretro farà il suo ingresso in quello stadio – il Porta Elisa – che è stato casa sua per oltre mezzo secolo. Fedele sino all’ultimo respiro ai quei due colori – il rosso e il nero – simbolo di un unico grande amore per la squadra di calcio cittadino. Piergiuseppe “Beppe” Lorenzini, 70 anni, dopo aver combattuto con coraggio, dignità e l’immancabile sorriso sulle labbra per quasi due anni contro una malattia che non perdona, se n’è andato poco prima delle 4 nella notte tra mercoledì e giovedì nella sua villetta in via Carlo Piaggia a San Filippo con accanto la moglie Maida, compagna di vita. Con Lorenzini se ne va un pezzo di storia cittadina perché la sua edicola-tabaccheria in via Fillungo è un importante punto di riferimento del centro e da sempre il crocchio degli sportivi di fede rossonera.
Commercio e tifo
Commercio e tifo sono sempre stati, sin da bambino, il suo pane quotidiano. Originariamente abitava all’inizio del Fillungo vicino all’edicola – acquistata a inizio anni Sessanta dal padre Angelo, ex dipendente del negozio Lanerossi all’angolo di via Buia e in cui lavorava anche la madre Lia Saccaro – e giocava a pallone con gli amici d’infanzia nati tra il 1950 e il 1955 in piazza San Michele, sui baluardi e accanto al Caffè delle Mura, dribblando macchine e passanti. “Beppe” è stato l’ultimo portabandiera di un tifo sano, bello, pulito e genuino lontano anni luce dagli stereotipi dell’estremismo politico. Per lui e per quella generazione di tifosi c’era una sola frase di urlare a squarciagola all’unisono all’interno dello stadio: “Lucca, Lucca”. E il suo rapporto con i calciatori era tutt’altro che conflittuale. Per lui quei ragazzi che indossavano la casacca rossonera erano degli amici da incoraggiare sempre e comunque. Era molto legato alla squadra che nel 1985-86 conquistò la promozione in C1 e orgoglioso di far parte di quella chat di WhatsApp con i suoi idoli Fusini, Biferari, Salvi, Donatelli, Casarotto. Con Paolo Carina _ scomparso a 71 anni nel settembre del 2021 _ è stato uno degli storici fondatori del tifo organizzato rimanendo, sino a quando la salute glielo ha consentito (l’ultima presenza allo stadio risale al gennaio scorso), al suo posto in curva Ovest.
I funerali
Oltre alla moglie, lascia la sorella Annarita, 67 anni, il cognato Alessandro, per come un fratello che lo ha accompagnato nel suo calvario ospedaliero con pazienza e dedizione e i nipoti Stefano e Marco. Da ieri pomeriggio è aperta la camera ardente all’obitorio dell’ex Campo di Marte e i funerali di “Beppe” si terranno domani alle 11,30 nella chiesa di San Leonardo in Borghi e al termine della cerimonia, dopo il passaggio del feretro in uno stadio gremito e colorato di rossonero per ricordarlo, il viaggio a Livorno per la cremazione.
La prima volta
Estate 1961, la sua prima volta al Porta Elisa. Il padre, anche lui grande appassionato di calcio e di Lucchese, per premiarlo lo portò a vedere un’amichevole della squadra appena promossa in B contro la nazionale svedese. Non aveva ancora compiuto otto anni e rimase subito affascinato dai quei calciatori che per lui diventarono una sorta di eroi mitologici. Tra il 1976 e il 1977 con gli amici del bar Roma in via Cenami fondò il primo gruppo Ultras con la sede nel bar Duilio in via San Giorgio. E per fare “chiasso” allo stadio lui e altri amici prendevano le lattine dell’olio e le riempivano di piombini o sassolini agitandole a più non posso ottenendo così un frastuono assordante. É stato tra i principali organizzatori della festa promozione del 1986 con 5mila persone in curva e nel 1990, spedito in missione dall’allora presidente Egiziano Maestrelli, fece incetta di biglietti nei bar dell’hinterland di Venezia per organizzare quella trasferta di Venezia (20 pullman) viatico della storica promozione tra i cadetti.
Gli aneddoti
A Civitavecchia, quando la squadra conquistò la matematica promozione in C1, al triplice fischio dell’arbitro si gettò dalla ringhiera della gradinata procurandosi graffi ed ecchimosi riuscendo a impossessarsi del pallone e portandoselo a casa come un cimelio che restò in mostra nella sua edicola per più di un mese. Una volta non potendo assistere alla partita al Porta Elisa perché diffidato _ era un Lucchese-Ravenna negli anni Novanta _ cercò di camuffarsi con occhiali da sole, cappellaccio in testa e parrucca finta sistemandosi in tribuna per passare inosservato. In realtà gli agenti lo riconobbero, ma fecero finta di nulla. Perché a “Beppe” non potevi non voler bene: era l’antitesi del tifo violento e razzista. Per lui la Lucchese era una fede assoluta, una missione, una ragione di vita. Per quei colori “Beppe” si è tinto i capelli di verde, ha preso le botte e ha dovuto ingoiare tanti bocconi amari accanto a qualche momento di non trascurabile felicità . Sempre fedele alla squadra della città. Per questo e per mille altri motivi le istituzioni cittadine dovrebbero intitolargli quella Curva che ha scandito ogni istante della sua esistenza.
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