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Lucca, l’Asl deve risarcire il paziente per l’intervento sul tumore: fu invasivo, dovuti 442mila euro

di Pietro Barghigiani
Lucca, l’Asl deve risarcire il paziente per l’intervento sul tumore: fu invasivo, dovuti 442mila euro

Ma nel procedimento alla Corte dei conti i due chirurghi vengono “assolti”

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LUCCA. Una condanna per l’Azienda sanitaria a risarcire un paziente con 442mila euro. Ma anche l’assoluzione dei due chirurghi che l’avevano operato. Il Tribunale civile di Lucca ha riconosciuto la responsabilità dell’Asl, mentre la Corte dei conti ha escluso negligenze a carico dei medici a cui la Procura generale chiedeva la stessa somma da versare all’attuale Asl Toscana Nord Ovest come ente danneggiato.

Sentenze opposte

Due pronunciamenti distinti per un unico caso, quello di un paziente affetto da una forma tumorale alla base del collo.

Una patologia aggressiva che si era riproposta come recidiva nel corso degli anni. Il primo operatore lucchese, 70enne, ora libero professionista, e il secondo, un 47enne pisano da tempo all’Aoup di Pisa, avevano eseguito l’intervento nel 2008 all’ospedale di Lucca.

Secondo l’accusa l’esame istologico successivo all’operazione per una linfoadenomegalia latero-cervicale effettuato il 3 aprile, «aveva evidenziato il carattere benigno della tumefazione e, dunque, come sostenuto dalle conclusioni delle due consulenze tecniche d’ufficio effettuate nell’ambito di due procedimenti civili, sarebbe emerso un evidente errore medico sia nella fase diagnostica che in quella operatoria». Il paziente era stato operato di nuovo nel 2014 per la stessa patologia che si era aggravata mostrando una forma maligna e invasiva.

L’accusa

Per la Procura contabile «un più approfondito iter diagnostico preoperatorio avrebbe consentito di evitare al paziente l’intervento di svuotamento del collo e tutte le conseguenze dannose che ne sono derivate. Inoltre, l’operazione sarebbe stata in ogni caso non correttamente eseguita, avendo portato ad uno svuotamento totale e non soltanto funzionale del collo e non essendo stati eseguiti ulteriori accertamenti intraoperatori volti ad accertare la natura della massa da asportare».

Nessuna colpa

Opposta la ricostruzione dei giudici della Corte dei conti basata sulle consulenze mediche.

«A fronte della mole di dati diagnostici e di valutazioni mediche, nonché della storia clinica del paziente, sottoposto a controlli periodici e continui da più di tre anni, per un pregresso adenocarcinoma nella medesima sede, il Collegio esclude che la condotta contestata al convenuto (uno dei due medici, ndr) in fase diagnostica possa essere qualificata come gravemente colposa».

Nel 2014 l’uomo era stato di nuovo operato per una metastasi massiva di adenocarcinoma nella medesima sede dove era stato inizialmente rilevato il primo adenocarcinoma nel 2005 e dove, nel 2008, era stato effettuato un intervento (lo svuotamento latero cervicale) poi contestato dal paziente. E ancora. Una serie di esami sia ecografici che di risonanza magnetica avevano evidenziato la presenza di numerosi linfonodi, di cui almeno uno “sospetto” per struttura e dimensioni.

Intervento necessario

«Alla luce di tale quadro complessivo, pertanto, non può che confermarsi l’assenza di grave colpa nella condotta tenuta in fase diagnostica dal medico – si legge nella sentenza – posto che, in sede di diagnosi differenziale, il rischio di presenza di metastasi del tumore originario doveva, diversamente da quanto riferito nella Ctu del 2016, ritenersi elevato e, dunque, in grado di giustificare l’intervento più invasivo, intervento che, peraltro, era sostenuto, come visto, da una serie di elementi diagnostici fra cui la riscontrata presenza di linfonodi di volume aumentato».

Intervento necessario, anche se invasivo, e nessun profilo di colpa professionale grave nel comportamento tenuto dai due chirurghi sia nella scelta di operare, sia su come venne eseguito l’intervento.

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