Sicurezza
«Non sei buona neanche a ucciderti». Lucca, marito violento condannato a 4 anni
Un rapporto malato ha spinto la moglie a tentare per due volte il suicidio
LUCCA. «Vedi, sei talmente incapace che non sei stata buona neppure ad ucciderti». È la frase choc che un marito, un lucchese quarantenne, ha rivolto alla moglie dopo che quest’ultima è finita in ospedale a seguito di un tentativo di suicidio. Una storia orribile che nei giorni scorsi è approdata nelle aule del tribunale di Lucca, dove l’uomo è stato citato in giudizio e accusato di maltrattamenti. Al termine del dibattimento il giudice Matteo Marini lo ha ritenuto colpevole delle accuse e lo ha condannato a quattro anni e sei mesi di reclusione. Ma ripercorriamo la vicenda.
I fatti in questione risalgono al 2016, ma la storia tormentata della coppia ha radici ancor più lontane nel tempo. Entrambi lucchesi – lui all’epoca quasi quarantenne, lei di qualche anno più giovane – sono legati da un rapporto tossico e morboso, intriso di una gelosia patologica che rende la convivenza insostenibile. È soprattutto lui ad avere manie di controllo totale sulla compagna, considerata un suo esclusivo possedimento. Decide chi può vedere, quando e come. Ma se tali diktat non vengono rispettati partano le botte, le offese, i maltrattamenti. Una vita di inferno che si protrae oltre confine, dato che la coppia dopo aver convissuto per anni a Lucca, si sposta all’estero.
Ma le cose non cambiano e le angherie vanno avanti. Eppure la moglie – che in aula ha fornito in lacrime una testimonianza toccante di quel periodo – non lo lascia. È convinta di amarlo e di poterlo cambiare. E soprattutto non denuncia le violenze fisiche e psicologiche a cui quel rapporto la costringe periodicamente. Si tiene tutto dentro ma rischia di rimetterci la vita: per ben due volte tenta il suicidio e viene riacciuffata per i capelli. E in una di quelle circostanze il marito continua a insultarla con messaggi che non meritano commenti. La vicenda viene a galla solo grazie all’intervento delle forze dell’ordine e alla decisione della donna di raccontare la verità.
In aula i legali dell’uomo hanno cercato di dimostrare che tradimenti e gelosie patologiche erano presenti da ambo le parti. Ma non è bastato.
Alla fine del dibattimento il giudice Marini ha ritenuto l’imputato colpevole dell’accusa di maltrattamenti e gli ha inflitto una condanna a quattro anni e sei mesi di reclusione.
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