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Bambino morto durante il parto a Lucca, per il consulente tecnico «nessuna colpa dei medici»
La tragedia nel 2016: i risultati della perizia richiesta dal giudice
LUCCA. «Nessuna responsabilità degli operatori, la mancata identificazione della sofferenza del feto è riferibile ai limiti tecnici della strumentazione. Anche se percepita in tempo, non sarebbe stato possibile muoversi diversamente». In una relazione di 15 pagine, il consulente nominato dal giudice spiega perché ai tre imputati non si possono attribuire colpe o negligenze nel parto concluso con la morte di un feto avvenuta il 30 giugno 2016 all’ospedale di San Luca.
Sono a giudizio con l’accusa di omicidio colposo la ginecologa Annalisa Pola, 41 anni, di Agrigento, residente a Lucca, all’epoca dei fatti medico di guardia e assistita dal professor Enrico Marzaduri e dall’avvocato Davide Manzo; l’ostetrica Stefania Antichi, 41 anni, di San Giuliano Terme, difesa dall’avvocato Marco Meoli e il dottor Giovanni Lencioni, 57 anni, di Capannori medico-tutor, assistito ’avvocato Gianfelice Cesaretti. I familiari del bimbo sono rappresentati dall’avvocato Veronica Nelli e l’Asl Toscana Nord Ovest è nel processo come responsabile civile. Il professor Tommaso Simoncini, ordinario di Ginecologia e Ostetricia, ha depositato la consulenza tecnica chiesta dal giudice Raffaella Poggi . Dopo aver ricostruito tempi e passaggi degli operatori sulla gestione della donna che stava per partorire, il consulente conclude scrivendo che « ritengo che la condotta degli operatori sia stata adeguata alle informazioni in loro possesso durante il travaglio di parto, essendo concorde con le indicazioni delle linee guida di riferimento». Stando all’accusa i tre imputati non avrebbero rivelato prontamente la sofferenza acuta del feto (evidenziata nell’esame autoptico) e non avrebbero intrapreso le dovute iniziative come il cesareo. In quel modo avrebbero cagionato il decesso del bimbo. Scrive il consulente che «la evidente mancata identificazione di uno stato asfittico letale, verosimilmente insorto per compressione acuta del cordone ombelicale nei minuti in cui è avvenuta l'espulsione del feto, è riferibile ai limiti tecnici della strumentazione cardiotocografica. L'identificazione di questa condizione asfittica non avrebbe comunque modificato la linea di condotta possibile da parte degli operatori che non avrebbero dovuto fare nulla di diverso da quanto eseguito nei fatti».
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