Il Tirreno

Lucca

Taglio del cuneo fiscale

Più soldi in busta paga per oltre 50mila lucchesi: ecco chi ne beneficerà

di Gianni Parrini
Più soldi in busta paga per oltre 50mila lucchesi: ecco chi ne beneficerà

Simonetti, segretario provinciale della Cgil Lucca: «La misura non incide sulla vita delle famiglie, serve altro»

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LUCCA. Il taglio del cuneo fiscale che entrerà in vigore dal prossimo luglio (quindi si vedrà nelle buste di agosto) porterà nelle tasche dei lavoratori da 53 a 120 euro netti al mese. Ma quanti sono i lavoratori che potranno beneficiarne? Secondo una stima effettuata sulla base delle ultime dichiarazioni dei redditi disponibili (anno fiscale 2021), i cittadini di Lucca e Piana che avranno "il rinforzino" sono circa 52mila. Il beneficio, infatti, è previsto per i lavoratori dipendenti che nei Comuni interessati dalla simulazione sono 66.042 e rappresentano il 55% del totale dei contribuenti 121.477. Il taglio del cuneo, inoltre, riguarderà solo i lavoratori che hanno un reddito lordo entro i 35mila euro.

Quanti siano con precisione non è possibile stabilirlo perché i dati del ministero dividono la popolazione sulla base delle aliquote Irpef, ma si stima che i contribuenti che rientrano in questa fascia siano poco più di 90mila di cui oltre la metà lavoratori dipendenti. Veniamo ai soldi: secondo le simulazioni del Tirreno l’aumento sarà di 53 euro al mese per chi ha un reddito di 10mila euro lordi e crescerà fino a 120 per coloro che arrivano a 35mila, al netto di tassazioni e soprattutto di addizionali regionale e comunali. Fin qui i numeri.

Ma la decisione del governo ha fatto molto parlare. Innanzi tutto perché è una misura a tempo, che parte a luglio e scade a fine anno. In second’ordine perché non tutti la considerano adeguata a risolvere i problemi delle famiglie. Fabrizio Simonetti, segretario provinciale della Cgil Lucca, fa un’analisi accurata. «Domandarsi se questa misura è un bene o un male è sciocco - spiega -. E come se attraversando un deserto e incontrando un assetato, gli porgessimo un bicchiere d’acqua. Faremmo una buona azione? Certo, ma non risolveremmo il problema di quell’uomo. I soldi in più che arriveranno nelle buste paga dei lavoratori da luglio sono un buon bicchiere d’acqua, ma nulla di più. Non risolveranno i problemi creati nel nostro Paese dalle politiche messe in atto dagli anni ’90 in avanti.

Politiche che hanno prodotto una disoccupazione endemica, soprattutto per i giovani, un precariato che è stato spacciato per flessibilità, un lavoro che anche quando c’è è sempre più pericoloso e soprattutto povero. Quest’ultimo è un problema che si sente molto anche nella nostra provincia, perché è proprio nei settori legati al turismo e al commercio che si sono diffusi "i contratti poveri", quelli che non consentono di avere stipendi adeguati e diritti. Queste politiche hanno impedito a più di una generazione di lucchesi di costruirsi un futuro, di fare un mutuo, di metter su famiglia. Rispetto a tutto questo i 50-80 euro del taglio del cuneo possono fare ben poco. Basti considerare che per di più, un’inflazione all’8% si mangia circa 120 euro al mese su uno stipendio di 1.500 euro».Secondo Simonetti servono riforme strutturali, capaci di incidere a fondo e in modo duraturo sulla società. «Occorre affrontare la questione dei salari - dice il segretario della Cgil di Lucca-: sono rimasti fermi agli anni ’90, ma nel frattempo il costo della vita è cresciuto enormemente. Tanti contratti nazionali non sono stati rinnovati o lo sono stati a prezzi invariati. E poi serve una seria riforma fiscale.

Nel 2021 le entrate tributarie sono state pari a 496 miliardi di euro, di cui 198 sono venuti dall’Irpef, gli altri dall’Iva e da altre entrate. Di questi 198 miliardi, il 51% è pagato dai lavoratori dipendenti e il restante 33% dai pensionati. In pratica lavoratori e pensionati si sobbarcano il grosso della pressione fiscale, mentre altre forme di guadagno - penso a quelle derivanti dall’affittare con la cedolare secca un immobile o dall’investire in borsa - sono tassate con aliquote inferiori rispetto a quelle sostenute dai lavoratori. Anche perché i soldi che vanno allo Stato dovrebbero servire a far funzionare i servizi pubblici come scuola, sanità, trasporti. Ad oggi non si può certo dire che le cose vadano bene. Nei giorni scorsi ho sperimentato di persona i problemi della sanità locale. Non trovando disponibilità nel pubblico per effettuare una prestazione mi sono dovuto rivolgere al privato: 130 euro. Ecco, su queste cose bisogna intervenire. Parte dello stipendio dei lavoratori è socializzato, ovvero è utilizzato per offrire servizi efficienti. Ma se i servizi non funzionano o peggio non ci sono, il lavoratore è penalizzato due volte».

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