Sicurezza
Giulia, la lucchese che aiuta i bambini schiacciati da guerra e terremoto in Medioriente
Ha sudiato all’università di Firenze Scienze politiche, con un’attenzione particolare a Iran, Siria e, ovviamente, Turchia. Da due anni vive nella zona del sisma in Turchia: è cofondatrice di una Ong
LUCCA. C’è solo una cosa che puoi fare quando un terremoto catastrofico si abbatte su una popolazione in fuga da una guerra lunga oltre dieci anni: aiutare, aiutare, aiutare. Come hai fatto fino al secondo prima che la terra scappasse sotto i tuoi piedi.Questo è quello che fa Giulia Bernacchi, 26enne lucchese che dal 2020 opera a Gaziantep, nella Turchia meridionale, insieme agli altri appartenenti all’organizzazione non governativa della quale è cofondatrice, Kids Rainbow. Giulia, in una videochiamata dalla Turchia, mette subito due cose in chiaro: «Qui a Gaziantep abbiamo avuto danni ma non siamo stati rasi al suolo, come è successo ad esempio ad Hatay. In secondo luogo, la nostra organizzazione non si occupa del soccorso, non scava sotto le macerie: noi siamo operatori sociali che cerchiamo di fare la nostra parte».
Cresciuta a San Marco, dopo il diploma al liceo artistico in via Fillungo per Giulia è arrivata l’università a Firenze. Scienze politiche, con un’attenzione particolare al medioriente: Iran, Siria e, ovviamente, Turchia. Il Paese dove vive e lavora da diversi anni e dove ha messo a frutto anche le competenze nella cooperazione internazionale: «Sono arrivata a Gaziantep nel 2020 – ricorda –. Qui abbiamo trovato questa associazione che stava chiudendo e, con altre persone, abbiamo deciso di fare qualcosa perché l’attività proseguisse».
Kids Rainbow lavora con i bambini che arrivano da una Siria devastata dal conflitto civile: «Alcuni di loro hanno genitori analfabeti – spiega Giulia –. Non non siamo insegnanti, ma facciamo educazione informale nel doposcuola. Cerchiamo di essere un punto di riferimento e anche un supporto per imparare la lingua turca. Siamo piccoli: sei persone nel management e ognuno di noi si occupa di più cose».
Questa è stata la vita fino alla notte del 6 febbraio. Fino alla scossa che ha sconvolto l’esistenza di milioni di persone, alla frontiera tra Turchia e Siria. «Avevo sentito altre scosse nella mia vita, sia qui che in Italia – ricorda l’operatrice lucchese – ma questa è stata lunghissima. Mi sono presa paura, poi sono uscita in strada in ciabatte. Sono stata prima in un rifugio della municipalità, poi da amici. Il giorno dopo sono riuscita a tornare a casa e successivamente siamo tornati in un rifugio con i colleghi. Ora siamo nel nostro centro, che avrà comunque bisogno di valutazioni per capire se è sicuro o meno».
Le prime ore immediatamente successive al terremoto sono state quelle della mancanza dei beni di prima necessità: «Chiedevamo alle persone che cosa servisse e in tanti rispondevano “cibo”. Ora questo momento più difficile sta passando, perché i rifornimenti stanno arrivando e i negozi stanno riaprendo, almeno qui a Gaziantep mentre in altre province e in Siria la situazione rimane critica».
Lo stato di emergenza è stato proclamato – almeno per il momento – per la durata di tre mesi e le scuole staranno chiuse almeno fino al 20 febbraio. «Anche noi stiamo cercando di capire cosa succederà – racconta Bernacchi –. Ci coordiniamo con le autorità e le altre Ong per renderci utili: in questo momento cuciniamo e portiamo i pasti alle persone, che siano sfollate o meno. È un modo per dire “noi ci siamo”. Certo, le cose vanno lentamente perché serve organizzazione. E poi è importante informare le persone, ad esempio anche su dove sono i rifugi. Perché il “target” della popolazione che seguiamo noi è molto debole e non si informa in autonomia, dobbiamo andare a cercarli».
Ci sarà poi la grande partita della ricostruzione. E per quello saranno necessari i fondi.
«I soldi servono ora, quando si stanno tirando le persone fuori dalle maceria, ma serviranno anche più avanti, quando tutti dovranno dare il loro contributo – dice Giulia –: ad esempio ci sarà l’assistenza post trauma, la raccolta delle informazioni anche sui fabbricati. Noi abbiamo aperto un crowdfunding su Internet, per avere fondi per l’immediato futuro e più a lungo termine. Se avremo un buon risultato daremo soldi ad altre organizzazioni che operano in Siria e nella regione di Hatay».
Ma c’è un’altra sfida, meno materiale ma ugualmente importante: «Dobbiamo, tutti, mantenere l’attenzione su Siria e Turchia. E non solo per quanto riguarda i fatti politici, ma anche per quello che sta accadendo nell’economia: quando sono arrivata io qua un cartone di latte costava quattro lire, ora costa 25. L’inflazione si sta mangiando il potere d’acquisto delle famiglie e questo avviene in un Paese che ospita più rifugiati di tutti in Europa».
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