Il Tirreno

Lucca

La storia

Umberto Paradossi tra i Giusti di Israele: il riconoscimento al figlio Alberto

di Luigi Spinosi
Umberto Paradossi tra i Giusti di Israele: il riconoscimento al figlio Alberto

La cerimonia a Villa Bottini con il vice ambasciatore Simhayoff

4 MINUTI DI LETTURA





LUCCA. Una memoria da mantenere viva, perché un nuovo baratro può aprirsi da un momento all’altro. È quella di Umberto Paradossi, secondo lucchese dopo frate Arturo Paolo a ricevere dallo Yad Vashem di Gerusalemme il titolo di Giusto fra le Nazioni. «Una luce da tenere sempre accesa», come ha detto il sindaco Mario Pardini in apertura della cerimonia per la consegna del riconoscimento al figlio di Umberto, Alberto, che ha fatto conoscere al mondo la storia di coraggio del padre. Perché di coraggio ne serviva davvero molto per sfidare i criminali nazifascisti durante la seconda guerra mondiale. E Umberto lo fece, nascondendo e aiutando in ogni modo possibile la famiglia livornese Fernandez Affricano, cui era legato da rapporti professionali e di amicizia. Una famiglia che aveva la “colpa” di essere ebrea e che, se non fosse stato per Umberto e altri “complici” (perché proteggere degli ebrei era un crimine punito con la morte), sarebbe probabilmente diventata solo cenere dispersa nel vento.

E ieri, a Villa Bottini, il vice ambasciatore di Israele in Italia Alon Simhayoff , si è svolta la cerimonia ufficiale, alla presenza dei discendenti del salvatore e dei salvati, rappresentati da Enrico Fernandez Affricano, che quei giorni orribili li visse da bambino. Significativa la scelta di far aprire e chiudere la cerimonia alle generazioni arrivate dopo, quelle a cui era principalmente rivolta, ossia i bisnipoti di Umberto, Anna e Francesco Paradossi, che non hanno mai conosciuto il loro antenato, ma per i quali, come hanno detto, è che come se fosse accanto a loro.

Molte le autorità presenti tra il pubblico e sul palco di Villa Bottini. Un filo conduttore ha guidato gli interventi: la necessità di ricordare. Ma non solo il bene, rappresentato in questo caso da Umberto Paradossi, ma anche il male, per evitare di riviverlo. E pure l’ignavia, che ne ha permesso il sopravvento. Meriti e colpe. Perché viaggiano assieme. È così che la vicesindaca di Livorno Libera Camici ha parlato di Paradossi come di «un giusto tra tanti ingiusti».

«Ci sono stati i giusti, ma ci sono stati anche gli infami – ha fatto eco Vittorio Mosseri, presidente della Comunità ebraica di Livorno – gli ebrei nel 1938 sono stati traditi dalla loro stessa patria. Noi non abbiamo ancora fatto i conti con il nostro passato, e oltre a dare merito agli eroi bisogna sapere anche cosa è successo dall’altra parte. C’è stato chi ha salvato, ma ci sono stati anche tanti che hanno denunciato, magari il vicino di casa». E sugli ignavi, Mosseri ha concluso, ricordando Paradossi e gli altri Giusti: «Non bisogna essere indifferenti, loro non lo sono stati». Dal presidente del consiglio regionale Antonio Mazzeo è poi arrivata la proposta di istituire un servizio civile della memoria, perché, ha detto citando Liliana Segre, «non possiamo permettere che quanto accaduto resti un rigo in un libro di storia».

Quindi il vice ambasciatore Simhayoff, nell’evidenziare l’importanza di uno stato ebraico, e nel ricordare l’alto significato che Israele attribuisce alla figura di Giusto tra le Nazioni («La nostra più alta onorificenza civile»), ha ribadito il concetto più volte ripreso in quest’occasione: «Quando ho svolto la mia missione in Polonia ho avuto diverse volte l’onore di consegnare questa medagllia. E ogni volta non era solo una grande emozione, ma anche una storia diversa. I Giusti erano una piccola parte, circondata da indifferenti e complici».

Quindi la testimonianza diretta di chi quell’odio lo ha subito, Enrico Fernandez Affricano, che ha ripercorso gli anni dell’orrore. Lo ha fatto – cedendo alla fine all’emozione – per ricordare l’aiuto ricevuto da Umberto Paradossi e da altri lucchesi, mostrando i documenti falsificati dal Comune di Capannori per celare la loro origine ebraica. Ma lo ha fatto per ricordare che quell’orrore non cominciò con l’occupazione nazista, ma prima della guerra, nel 1938, con le leggi razziali.

Quindi il figlio del salvatore, Alberto Paradossi, che ha invitato a non dimenticare perché tutto questo è accaduto: «E il regime fascista non su semplicemente complice dei nazisti, ma fu carnefice. E ricordo ancora il repubblichino che, avendo saputo che aiutava degli ebrei, ricatto mio padre chiedendo dei soldi per il suo silenzio».

Poi la cerimonia ufficiale, preceduta da una citazione di Primo Levi, fatta dal bisnipote di Umberto, Francesco Paradossi: «Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario». E anche e soprattutto per questo servono momenti come quello vissuto ieri a Villa Bottini.



 

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Lutto

Addio a Fabio Vantaggiato, direttore generale di Gesam Reti

di Redazione Lucca