Sicurezza
Il presidente Boragine: «A Lucca diventa indispensabile ampliare il palazzo di Giustizia»
A un anno dalla sua nomina parla di innovazione e credibilità «La digitalizzazione darà una mano, ma la sacralità del processo resta la garanzia»
Dottor Boragine, che effetto le fa dopo tanti anni in magistratura ricoprire un ruolo determinante in un territorio che ben conosce e dove ha trascorso gran parte della sua vita professionale.
«A 28 anni sono arrivato in questa terra ricca di cultura, storia, tradizioni, e posso ben dire di esserne stato conquistato: qui ho trascorso più della metà della mia vita, sicuramente il tratto più importante in termini di impegno professionale e di radicamento, anche come persona. Oggi dirigo il Tribunale di Lucca, secondo in Toscana dopo Firenze quanto a numero di magistrati, personale amministrativo e affari trattati. Ne sono orgoglioso e avverto la grande responsabilità della funzione».
Come nasce in lei il desiderio di diventare magistrato: qual è stato il suo vissuto e chi lo ha spinto a intraprendere questa carriera.
«Sin dal liceo sognavo di diventare magistrato. Ero affascinato dalla figura e dal ruolo di chi era posto a presidio della legalità. A un certo punto del mio percorso di studi ho avuto l’onore e la fortuna di conoscere un magistrato di straordinaria statura professionale e morale che ha condizionato le mie future scelte: il presidente Michele Morello, il giudice estensore della sentenza assolutoria di Enzo Tortora. Il “giudice a Berlino” che nel 1986, ostinandosi nella ricerca della verità e nello studio delle carte processuali, senza condizionamenti venne a capo di uno dei più clamorosi errori giudiziari della nostra storia. Quel giudice per me è stato un vero e proprio modello da seguire che, qualche tempo dopo, mi ha fornito i rudimenti del delicato e difficile mestiere del giudicare, quando ho mosso, al tribunale di Napoli, i miei primissimi passi in magistratura».
Dal giorno in cui è entrato in magistratura com’è cambiato il modo di interpretare le funzioni giurisdizionali. Quale definizione ritiene più consona al ruolo: giudice come mero applicatore delle leggi oppure giudice come interprete dell’evoluzione della società e quindi capace di riformare all’interno la tradizionale visione delle norme.
«I cambiamenti sociali, economici, culturali hanno modificato il modo di svolgere questa funzione. Il magistrato è uscito dall’originario isolamento, è divenuto più attento e sensibile ai processi di trasformazione sociale, dei quali, a volte, è stato anche protagonista. Tuttavia non è mai venuta meno l’esigenza di rispettare il delicato equilibrio che è richiesto a chi è arbitro. Anzi, è proprio oggi che il “selfie” ha totalmente rimpiazzato la “fotografia” che la terzierà del giudice deve essere ancor più evidente. Rispettate le premesse, considero naturale che la capacità di lettura della norma in un contesto che cambia faccia parte dalla cassetta degli attrezzi del giudice».
Lucca città del diritto che ha dato i natali a un fine giurista come Francesco Carrara. Il suo rapporto con l’avvocatura e cosa le piace e cosa non le piace della nostra città.
«Lucca è splendida e fatico a individuare qualcosa che non mi piaccia. Se proprio vogliamo trovare un’imperfezione è quella di non essere riuscita, sino ad oggi, a realizzare l’ampliamento del palazzo di Giustizia, indispensabile ora più che mai visto che l’organico del personale amministrativo è aumentato di circa 50 unità alle quali non siamo in grado di offrire una postazione di lavoro adeguata. Il rapporto con l’avvocatura? Da sempre improntato a massima collaborazione e rispetto nella consapevolezza che solo la sinergia tra coloro che, a diverso titolo, operano nel processo può condurre a un miglior funzionamento della macchina giudiziaria».
Alla fine degli anni Ottanta e per tutta la metà degli anni Novanta l’opinione pubblica era dalla vostra parte e la popolarità dei magistrati aveva raggiunto l’apice del gradimento. Negli anni Duemila è cambiato tutto e adesso siete agli ultimi posti in classifica. Si parla sempre con maggiore insistenza della separazione delle carriere e gli ultimi scandali, come il caso Palamara, rischiano di mettere in discussione l’autonomia della magistratura. Qual è il modo migliore per recuperare la credibilità perduta?
«Io non credo che la magistratura, a differenza della classe politica, debba tenere conto del gradimento e del consenso dell’opinione pubblica che può provocare distorsioni e snaturare la funzione del giudicare. Non c’è dubbio però che certe vicende hanno determinato una crisi della magistratura senza precedenti, generando una profonda lacerazione nel rapporto di fiducia con i cittadini. Ma la fiducia è questione diversa dal consenso. Recuperare sul terreno della fiducia – senza pericolose derive verso la ricerca del consenso – richiede il riconoscimento che quella in atto è anche una crisi interna, culturale ed etica, della magistratura. Superabile solo attraverso l’esercizio quotidiano della giurisdizione con indipendenza, equilibrio, responsabilità, rispetto e con la consapevolezza del nostro essere al servizio del Paese, all’interno di una istituzione che svolge un ruolo essenziale per la tenuta e la crescita della società».
Il processo telematico potrà risolvere i problemi burocratici che rendono estremamente lenti i processi?
«Lo sviluppo dell’informatica giudiziaria è centrale rispetto alla finalità di rendere più efficiente la Giustizia civile e penale. L’istituzione dell’Ufficio per il Processo si colloca esattamente in questa trama: l’assunzione di circa 8000 funzionari a febbraio 2022 è finalizzata all’abbattimento dell’arretrato civile e alla riduzione della durata dei processi civili e penali, obiettivi che vanno perseguiti anche mediante la completa digitalizzazione del procedimento penale e l’archiviazione elettronica di tutti i documenti e del flusso di lavoro per i procedimenti civili entro il 31 dicembre 2023. Il mio auspicio sarebbe quello di non sostituire la sacralità delle procedure processuali ( garanzia delle parti) con la rigidità delle procedure informatiche frutto di specifiche o limiti tecnici del sistema».
La Giustizia e i social: non le pare che lo strapotere della rete e il modo di interagire dando giudizi sommari e anticipati non rischi di oscurare la sacralità del processo? Non crede che, senza una regolamentazione legislativa, il tribunale dei Social possa in qualche modo interferire o creare ingerenze indotte sui tribunali ordinari?
«Viviamo nell’era dominata dai media digitali che utilizzano una grammatica semplificata e rifiutano il linguaggio della complessità. Ma il processo è questione complessa e richiede metodi di accertamento, percorsi e decisioni logici e razionali lontani anni luce dalle comunicazioni solo emozionali di cui si nutre il web. Il meccanismo di trasposizione mediatica delle vicende processuali genera spesso mistificazioni e rischia di far percepire all’opinione pubblica la quasi inutilità del processo che si svolge nell’aula di giustizia. Di fronte a questo rischio occorrerebbe che tutti i soggetti coinvolti, i protagonisti del processo e coloro che sono chiamati a raccontarlo, si attenessero alla rigorosa osservanza delle rispettive regole deontologiche. Il tema è estremamente delicato e complesso: tra teorici dell’era post-verità e fautori dell’esistenza delle cosiddette verità alternative, l’ancoraggio alla realistica possibilità della verità processuale sembra essere l’unica opzione culturalmente sostenibile affidata più alla onestà e integrità intellettuale dei protagonisti professionali del processo che a improbabili regole normative di un inesistente legislatore universale».
Magistratura e scuola. Non pensa che il recupero dei valori etici e del senso civico delle nuove generazioni possa tradursi in un rapporto sempre più stretto tra i due settori fondanti della democrazia? Mi pare dalle ultime iniziative, che la sua presidenza vada verso questa valorizzazione dei rapporti.
«Antonino Caponnetto, che fu il capo dell’ufficio istruzione in cui lavorarono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ripeteva spesso che la mafia ha più paura della scuola che della giustizia. E questo perché la scuola, istituzionalmente preposta alla gestione di un processo così delicato e importante qual è quello della formazione dell’uomo e del cittadino, è il contesto ideale per educare alla legalità, al rispetto delle regole, alla costruzione di un tessuto di valori condivisi indipendentemente dalle appartenenze. Da questo punto di vista ritengo che la magistratura possa svolgere un ruolo importante nella costruzione della coscienza sociale, civile e morale dei giovani. Proprio per questa ragione ho ritenuto di incrementare le occasioni di confronto con i ragazzi che frequentano le scuole della provincia aprendo loro le porte del tribunale e le aule di giustizia».
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