Il Tirreno

Lucca

San Donnino: quel dislivello può avere evitato la tragedia

Luigi Spinosi
San Donnino: quel dislivello può avere evitato la tragedia

Nella perizia tecnica si parla di «ponte in pericolo di crollo imminente». Per la struttura, inaugurata nel 2009, si prevede una lunga chiusura

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PIAZZA AL SERCHIO. Salvati da... uno scalino. Si presta a diverse letture quanto accaduto il 28 giugno, con il cedimento di una parte del ponte sulla regionale 445, e che rappresenta (anzi, al momento rappresentava) una sorta di circonvallazione per bypassare l’abitato di Castelnuovo. Cedimento che ha provocato un dislivello di decine di centimetri tra la carreggiata della strada e quella del ponte stesso. Diverse letture dicevamo, ma quella probabilmente più immediata, leggendo la relazione dei tecnici intervenuti sul posto, è quella dettata dall’emozione: quel dislivello, quel gradino appunto, ha probabilmente evitato conseguenze tragiche, portando a chiudere quel ponte in tempo, prima che potesse venir giù di colpo mentre sopra si trovavano a passare auto e camion, famiglie e lavoratori. Un segnale di allarme, un avviso che per esempio non c’è stato, o almeno non in modo così plateale, nel primo caso che automaticamente viene alla mente, ossia la tragedia del ponte Morandi di Genova.

«Il ponte si trova in pericolo di crollo imminente»: nove parole, contenute nella delibera della Provincia di Lucca. Si tratta di un atto tecnico, lo stanziamento dei fondi per pagare gli interventi di somma urgenza sul ponte: ossia la chiusura della strada, gli interventi per la messa in sicurezza provvisoria del ponte e le perizie ingegneristiche e geologiche. E proprio dalla perizia dell’ingegnere incaricato, il professor Pierangelo Pistoletti, tecnico esperto strutturista nel campo dei ponti stradali, emerge in tutta la sua drammaticità il pericolo scampato: «Si è potuto appurare – si legge sulla parte di relazione riportata in delibera – che il danno strutturale riscontrato sul viadotto è stato causato dal cedimento degli otto cavi di acciaio di trattenuta posti sotto la spalla lato Piazza al Serchio (a nord). In tale situazione è stato appurato che nello stato attuale il ponte si trova in pericolo di crollo imminente e senza preavviso, perché se la stessa problematica si dovesse verificare sull’altra spalla, ossia quella a lato Camporgiano (a sud), dove si trova un analogo dispositivo di ancoraggio che risulta, seppur con notevoli incertezze ancora funzionante, il ponte non sarebbe in grado di resistere al peso proprio con conseguenze facilmente immaginabili». Da qui la prima operazione di messa in sicurezza: su indicazione dello stesso professor Pistoletti «si è provveduto a caricare le estremità del ponte con dei blocchi massicci di calcestruzzo nel tentativo di zavorrare le due estremità del ponte, temendo ulteriori cedimenti». È un intervento che si può definire “di contenimento”, ma che non può bastare a riaprire il ponte. In totale tra perizie e interventi di somma urgenza, per la Provincia si è trattato di una spesa di poco superiore ai 171mila euro.

E qui, superato l’aspetto emozionale, si pongono le questioni pratiche, ossia quanto costerà ridare sicurezza a quel ponte e, soprattutto, quando potrà essere riaperto? Domande al momento senza risposta. «Il professor Pistoletti – si legge nella stessa delibera –è stato incaricato immediatamente della redazione degli elaborati grafici e dei relativi calcoli strutturali delle opere necessarie ad evitare il crollo dell’intera opera e che queste saranno presumibilmente rappresentate da due importanti strutture di ricucitura impalcato-spalla, realizzate con tiranti esterni aventi il compito di bloccare il cinematismo di collasso innescato dalla rottura dei cavi di ancoraggio della spalla Nord. Tali strutture provvisorie di ricucitura impalcato-spalla saranno quantificate economicamente non appena il soggetto incaricato avrà reso noto il loro costo che sarà oggetto di successiva valutazione, fermo restando che la loro realizzazione è necessaria per poter dichiarare l’intera opera fuori pericolo di collasso». Insomma, ci sarà da progettare, finanziare e realizzare, ed è facile intuire che non sarà una cosa veloce, e che le conseguenze del cedimento, fra traffico deviato, sensi unici alternati e rallentamenti, andranno avanti ancora a lungo.

Poi c’è l’ultima domanda, tra l’emozionale e il tecnico: come è possibile che sia accaduta una cosa del genere? La domanda che ci si fa sempre in questi casi, quella che si è rincorsa per esempio nella citata tragedia del viadotto Polcevera. Il ponte Morandi crollò nel 2018, 51 anni dopo la sua inaugurazione, con una obsolescenza già in quel caso considerata inaccettabile. Ebbene, il ponte di San Donnino, un ponte in cemento armato precompresso con una luce complessiva di 140 metri, di anni non ne aveva 51, ma 13. l


 

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