Sicurezza
Brucia ricovero all’Acquedotto, giallo lungo il fiume
Misterioso rogo lunedì sera con un capannone in legno distrutto dalle fiamme Rinvenuto sgabuzzino con una stufa accesa da mesi e accanto una bombola del gas
LUCCA. Sono le 22.30 di lunedì sera quando dall’altra parte del fiume qualcuno scorge delle fiamme già alta nella zona dei campi dell’Acquedotto dove di solito si allena la prima squadra della Lucchese. Sul posto arrivano una squadra dei vigili del fuoco e una pattuglia della polizia municipale. Il rogo si è già mangiato buona parte della struttura in legno e compensato di 40 metri quadrati con due tavoli da pic nic, sedie in plastica, materassi e arredi di scarso valore adiacente ai campi di calcio, al bocciodromo e ad altre strutture. I pompieri provano a spegnere le fiamme, ma dopo una mezz’ora la sorte è segnata e del capannone non rimane che un cumulo di macerie fumanti. Incendio di origine dolosa? Oppure accidentale? Più facile propendere per la prima ipotesi visto che in quella struttura non c’erano prese di corrente o fonti di calore anche se, pompieri e polizia municipale, non hanno trovato alcuna traccia di taniche o di involucri, residui di carburante o di benzina, inneschi di varia natura. E sarà praticamente impossibile saperne di più, almeno che non ci siano testimoni al momento in cui si è sviluppato il rogo, in quanto nella zona non ci sono telecamere o apparecchi di videosorveglianza che possano portare acqua al mulino degli investigatori.
La scoperta Ma il mistero s’infittisce quando, nella tarda mattinata di ieri, durante un sopralluogo congiunto accanto allo scheletro del capannone in legno c’è uno sgabuzzino chiuso a chiave. Nessuno sa cosa c’è dentro e a chi fa riferimento. Viene forzato e appena si apre la porticina un forte getto di aria calda avvolge pompieri e guardie municipali. Con stupore si accorgono che all’interno, accanto a un giaciglio, c’è una stufetta accesa che emana calore e a pochi centimetri una bombola di gas di colore blu che alimenta un fornello bianco da cucina con tre fuochi. Sopra è posizionata una pentola. La domanda sorge spontanea? Chi abitava là dentro? Cosa sarebbe accaduto se, per qualsiasi motivo, le fiamme o il calore sprigionato dalla stufetta elettrica avessero causato una deflagrazione visto che a pochi metri ci sono gli spogliatoi dove si cambiano anche i ragazzi del vivaio della Lucchese?
Primi accertamenti Gli atti adesso verranno trasmessi al magistrato di turno, Antonio Mariotti, per i numerosi accertamenti da compiere in un’indagine che, al momento, verte su due elementi cardine: l’incendio (doloso? colposo? accidentale?) e l’abuso edilizio. Perché dai primi riscontri quel capannone in legno usato per il pranzo all’aperto era indicato come gazebo e quindi, a meno che nel frattempo non sia intervenuta una sanatoria, l’ipotesi che possa trattarsi di un illecito penale non è sicuramente da scartare. É lecito chiedersi chi doveva controllare quell’area, di proprietà comunale, e se c’era o meno un custode addetto alla conservazione dei luoghi. E chi doveva sorvegliare quella sorta di sgabuzzino-magazzino che, oggettivamente, rischiava di saltare in area con danni facilmente immaginabili.
Il mistero dell’immigrato Ieri mattina vigili e pompieri hanno convocato anche il presidente della Lucchese, la società che ha in gestione i due campi di calcio dell’Acquedotto, per capire se nei mesi o nelle settimane scorse avessero notato in zona persone o movimenti sospetti. Il club non avrebbe mai usato quel capannone e soprattutto non era a conoscenza che vi fosse uno sgabuzzino con all’interno la stufetta per riscaldarsi d’inverno, la bombola del gas per alimentare il fornello, suppellettili e il materasso per dormire. Tuttavia dagli accertamenti iniziale è emerso che, sino a tre mesi fa, in quella zona – aperta e senza recinzioni – gravitava un extracomunitario, senza fissa dimora, che probabilmente ha usato quell’anfratto per passare le freddi notti invernali e che tre mesi orsono come era all’improvviso era arrivato se ne è andato. Adesso la palla passa all’autorità giudiziaria. l
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