Il Tirreno

Lucca

la guerra

Portano farmaci in Ucraina, tornano con i profughi

Michele Masotti
I farmaci vengono scaricati a Cop, in Ucraina
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I farmaci vengono scaricati a Cop, in Ucraina

I tre giorni di missione di Tambellini e Picchi: hanno consegnato il materiale comprato grazie alle offerte di Paganico per poi far arrivare in Italia una signora insieme ai due figli

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LA STORIA

I legami fraterni possono allentarsi con lo scorrere del tempo e con la distanza ma senza mai spezzarsi. Rinsaldandosi, anzi, in un nuovo momento di grande emergenza. Trenntasei anni dopo aver ospitato alcuni bambini figli di vigili del fuoco di Kiev che intervennero per domare il disastro nucleare di Chernobyl, la comunità di Paganico, ancora una volta, ha compiuto un atto di grande generosità attraverso una raccolta fondi, stimata sugli 8mila euro, che ha permesso di comprare i medicinali richiesti dall’ospedale militare di Lusk.

Dalla frazione del comune di Capannori sono partiti lo scorso 6 marzo, per compiere questo lunghissimo viaggio fino a Cop, prima città ucraina al di là del confine con l’Ungheria, l’architetto Sergio Tambellini, 68 anni, e il consulente finanziario Liano Picchi, 69 anni. Proprio l’ex consigliere comunale di Capannori ha spiegato le modalità con cui è nata questa iniziativa privata di stampo umanitario.

«Tramite una delle ragazze, ormai diventate donne, ospitate tanti anni fa nel nostro paese, siamo venuti a conoscenza come l’ospedale di Lusk, città dell’Ucraina nordoccidentale, avesse estremo bisogno di medicinali di prima necessità e altri strumenti – spiega –. L’intera comunità si è adoperata subito per allestire una raccolta fondi. Ringrazio pubblicamente il presidente di Federfarma Lucca Elio Rossi e i suoi collaboratori per averci fornito, oltre al materiale richiesto dai nostri contatti in Ucraina, anche strumenti chirurgici».

Cortisone, analgesici, antidolorifici, antinfluenzali, antibiotici e antidolorifici sono stati i medicinali richiesti. Riempita la macchina, ecco la partenza con la road map che prevedeva il passaggio da Slovenia e Ungheria, con pernottamento a Budapest, per poi arrivare l’indomani a Cop. «Una volta arrivati, abbiamo consegnato i medicinali ai nostri riferimenti. Per avere la certezza che giungessero a destinazione, abbiamo chiesto di inviarci delle fotografie. Ci sono state puntualmente inviate qualche giorno dopo – spiega Tambellini –. Siccome eravamo in una zona dell’Ucraina all’epoca relativamente tranquilla, non siamo stati testimoni di scene di combattimenti. Ci sono delle istantanee che, comunque, porterò sempre con me. I saluti al confine tra le mogli e bambini pronti a partire e i mariti, costretti invece a restare a combattere per la propria patria, sono stati veramente toccanti. Spero che per quelle persone sia stato soltanto un arrivederci. Lunghe e tristi code che pensavamo appartenessero ad un vecchio retaggio della storia».

Perché la guerra porge in mano ai soldati soltanto un biglietto di andata per il fronte, in questo caso addirittura le strade che quotidianamente percorrevano, senza sapere cosa riserverà loro il destino. La missione di Tambellini e Picchi, però, ha avuto un altro secondo tempo, con destinazione Perugia. «Avevamo un contatto con una donna ucraina, residente da anni nel capoluogo umbro dove svolge il lavoro di badante, per riuscire a portare in Italia sua figlia e i suoi due nipoti – dicono Picchi e Tambellini –. Alla fine ci siamo riusciti, anche se il viaggio di ritorno è stato più complesso. Una volta arrivata alla dogana ungherese, infatti, i militari magiari hanno lamentato che un documento di uno dei due figli presentavae dei problemi di natura burocratica. Siamo rimasti fermi per ben 12 ore prima di ripartire. Davanti a noi avevamo 19 vetture; non so immaginare che razza di coda fosse venuta a crearsi alle nostre spalle».

Spedizione umanitaria che si è conclusa mercoledì 9 marzo con un desiderio che Tambellini e Picchi sperano possa avversarsi al più presto: «Ci auguriamo naturalmente che la guerra termini velocemente e nella maniera più indolore possibile. Sarebbe bellissimo potere accogliere, una volta che questo incubo sia finito, nuovamente a Paganico i cittadini ucraini, anche quelli venuti diversi decenni fa, per rinforzare un legame che non verrà mai meno». Nemmeno la guerra, infatti, è riuscita a incrinare questa lunghissima catena di solidarietà.


 

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