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Lucca

la testimonianza 

«In Turchia avvocati a rischio come i loro clienti»

L.T
«In Turchia avvocati a rischio come i loro clienti»

Enrico Lattanzi è l’unico legale lucchese a far parte degli ordini forensi europei  Con una delegazione di osservatori internazionali ha assistito a processi-farsa

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LUCCA. È l’unico avvocato lucchese – facente parte della Fbe, la Federazione degli ordini forensi europei a cui aderiscono oltre 250 ordini territoriali in rappresentanza di più di un milione di professionisti del diritto – e tra i tre legali italiani che agli inizi di gennaio hanno preso parte a una missione di osservazione di procedimenti giudiziari in corso in Turchia, a garanzia del rispetto degli standard internazionali del giusto processo. L’avvocato Enrico Lattanzi, 55 anni, facente parte la delegazione internazionale – composta da 25 avvocati provenienti anche da Francia, Olanda e Irlanda e assistita da interpreti e da un imponente spiegamento di polizia – ha potuto constatare come in quel Paese stiano venendo meno i più elementari principi del diritto tanto che finiscono reclusi in carcere e sotto processo anche gli avvocati chiamati alla difesa degli oppositori del regime di Erdogan.

«La mattina del 5 gennaio – racconta Lattanzi – abbiamo assistito al processo contro alcuni avvocati dell'associazione degli Avvocati Progressisti nell'aula bunker del carcere di massima sicurezza di Silivri, a 60 chilometri da Istanbul. Nel penitenziario, il più grande d’Europa con oltre 25.000 prigionieri, sono detenuti molti avvocati (ma anche giornalisti e intellettuali) in seguito al fallito colpo di stato del luglio 2016 contro Erdogan».

Si tratta di avvocati specializzati nella difesa dei diritti fondamentali (soprattutto degli oppositori del regime di Erdogan) ai quali viene negato qualsiasi diritto e la cui sorte è purtroppo equiparata a quella dei loro clienti per il solo fatto di fornire loro assistenza. Gli imputati del processo sono accusati di essere membri o leader del "Fronte di Liberazione Rivoluzionario del Popolo", un partito marxista-leninista turco (oggi considerato un gruppo terrorista da Giappone, Turchia, Stati Uniti, Regno Unito e Unione Europea) fondato nel 1978 e coinvolto in una campagna militante contro la Repubblica di Turchia dall’inizio degli anni Ottanta.

«Il processo va avanti da nove anni – riprende Lattanzi – trascinandosi incongruamente attraverso una molteplicità di fasi e procedure, con accuse tanto gravi (organizzazione terroristica) quanto infondate (dvd acquisiti all'estero, solo in copia e probabilmente manipolati). Non solo. Testimonianze rese da soggetti anonimi o di nominativo inesistente o da presunti agenti dei servizi segreti e alcuni di accertata labilità psichica. Sono imputati, tra gli altri, gli avvocati Selçuk Kozağaçlı (presidente del Çhd) e Barkin Timtik (sorella di Ebru Timtik, avvocatessa leader della stessa associazione, morta nel carcere, in cui era già reclusa dal 2017, a seguito di uno sciopero della fame protratto per 238 giorni) che hanno già trascorso più di cinque anni in prigione. La Corte ha dato inizialmente spazio alla difesa orale e gli avvocati imputati e i loro difensori hanno svolto varie osservazioni tecniche e procedurali sulle violazioni del diritto processuale turco. L’avvocata Barkin Timtik è infine intervenuta dichiarando che l’unico strumento che le rimaneva era, tristemente, lo sciopero della fame, iniziato da cinque giorni insieme ad altri due colleghi».

Nel documento stilato dall’organizzazione internazionale, al di là della solidarietà ai colleghi turchi facendo presente alla Corte che la Fbe sta seguendo dall’inizio (2013) gli sviluppi di questo processo, già oggetto di varie missioni di monitoraggio, emerge che il procedimento non ha rispettato le garanzie del giusto processo minando l'indipendenza degli avvocati. Inoltre la composizione della Corte è cambiata più volte durante i nove anni di procedimento, senza che i processi fossero ripresi.

«Abbiamo espresso – dice Lattanzi – apprezzamento per la qualità del lavoro svolto dai colleghi sottoposti a giudizio nella difesa dei diritti umani, ricordando il riconoscimento internazionale dei loro sforzi con la creazione e attribuzione di diversi premi. Abbiamo chiesto l'assoluzione e la liberazione immediata, l’unico possibile rimedio alle violazioni del giusto processo e a tutela dell'indipendenza degli avvocati». L'obiettivo principale della missione era quello di determinare se gli standard del processo equo sono stati rispettati: «All’esito del nostro monitoraggio possiamo affermare che non lo sono. In violazione dei principi fondamentali delle Nazioni Unite sul ruolo degli avvocati, questi vengono identificati con le cause dei loro clienti e limitati nella loro libertà di espressione. Abbiamo anche ribadito la nostra intenzione di continuare l’opera di sorveglianza e sostegno a difesa dei principi fondamentali dello stato di diritto, tra i quali quello a un giusto processo», conclude.



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