Il Tirreno

Lucca

«Riforma sanitaria, si è persa l’idea di equità Noi dottori rimasti delusi nelle aspettative»

GIAN UGO BERTI
«Riforma sanitaria, si è persa l’idea di equità Noi dottori rimasti delusi nelle aspettative»

Quiriconi, presidente dell’ordine provinciale dei medici: «Gli effetti di un evento epocale per la sanità italiana» 

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L’INTERVISTA

GIAN UGO BERTI

Tanta speranza in un giovane medico ieri, tanta delusione oggi. Si parlava d’una sanità uguale per tutti, ma si è finito per alimentare il consumismo sanitario, con allungamento delle liste d’attesa e l’inevitabile ricorso al privato. Burocrazia asfissiante, carenza di personale e colpevole assenza di programmazione gestionale, aumento dei costi di strumenti e farmaci. Il presidente dell’Ordine dei Medici, Umberto Quiriconi si chiede: dov’è finito l’aspetto nobile della riforma, l’equità?

Dalle Mutue al servizio sanitario nazionale, la scelta quel 23 dicembre 1978 con la legge 833, cosa ha rappresentato per lei, allora giovane medico?

«Il passaggio dalle mutue al servizio sanitario nazionale fu un fatto di grande rilevanza sociale per quanto concerne il welfare, eliminando di colpo disparità che fino ad allora avevano coinvolto la società da un punto di vista assistenziale e consentendo a tutti di accedere a prestazioni anche di alta specializzazione a titolo gratuito. Per me, subentrò la speranza e la fiducia in una svolta epocale dal punto di vista professionale con la proiezione in un futuro che pensavo mi avrebbe consentito di esercitare il lavoro in modo più gratificante ed efficace».

Relatrice della riforma, fu la parlamentare lucchese della Dc Maria Eletta Martini. A conclusione del dibattito parlamentare, sintetizzò così la novità: “D’ora in avanti daremo gratis a tutti gli italiani un cappotto. Chi vorrà la pelliccia se la dovrà comprare”. Dopo quasi 44 anni, quelle parole hanno avuto seguito?

«In teoria era, è e dovrebbe essere così; tuttavia oggi sono cambiate alcune cose: il mutamento del concetto di salute, inteso non più come assenza di malattia, bensì come stato di benessere bio-psico-sociale, concetto in sé assolutamente corretto, ma che ha alimentato il fenomeno del consumismo sanitario con l’inevitabile allungamento delle liste d’attesa e l’altrettanto inevitabile ricorso al privato. Altri fattori: la burocrazia asfissiante che contribuisce spesso a scoraggiare il cittadino a ricorrere al servizio sanitario nazionale, la mancanza di personale che rende indisponibili alcuni servizi ed è frutto di colpevole assenza di programmazione gestionale, l’aumento del costo degli esami strumentali e dei farmaci che ha spinto gli amministratori a contingentare i servizi erogati. Tutto ciò e altro ancora hanno pesantemente attenuato l’aspetto più nobile della riforma, vale a dire l’equità».

La critica di base, per il potere attribuito alle Regioni, è che di fatto oggi si siano create venti “sanità” diverse fra loro per organizzazione e programmi. Quei valori d’uniformità sono cambiati?

«La modifica del titolo V della Costituzione con il conferimento della potestà legislativa in ambito sanitario alle regioni unitamente all’aziendalizzazione secondo me sono state una vera e propria sciagura per il servizio sanitario nazionale; quest’ultima, nata con lo scopo di valorizzare l’efficienza e combattere gli sprechi, si è rivelata un fallimento poiché impostata in prevalenza su tagli alle spese, il che ha finito con il depauperare i servizi in modo inaccettabile; la regionalizzazione del servizio sanitario nazionale, influenzata da indirizzi politici talora strumentali, ha favorito ora il settore pubblico, ora il privato senza valorizzare entrambi e ha dimenticato il territorio, risorsa fondamentale per il welfare, per di più a basso costo. Risultato: notevole difformità di qualità e di quantità dei servizi erogati tra regione e regione».

Com’era allora e come è oggi la distribuzione territoriale su Asl e ospedali nella sua provincia?

«La politica di riduzione in Toscana delle Asl da dodici a tre (più naturalmente le aziende ospedaliero-universitarie e l’ospedale Meyer) con accorpamento delle due presenti in provincia di Lucca con quelle di Massa, Pisa e Livorno, ha comportato un regresso organizzativo e gestionale allontanando i quadri amministrativi apicali dai professionisti e dai cittadini, rallentando i processi decisionali e adottando scelte lontane dalle reali necessità degli utenti. La distribuzione degli ospedali sul territorio della nostra provincia quarant’anni fa era certamente più capillare, a fronte però in taluni casi di minori livelli di specializzazione. Oggi questi sono cresciuti, non possono essere presenti ovunque e vanno concentrati solo in talune realtà, i tempi medi di degenza sono ridotti, c’è la tendenza ad intercettare un maggior numero di bisogni possibile sul territorio. Tutto ciò ha comportato la chiusura o la riduzione di numero dei piccoli ospedali, non si è tenuto conto delle caratteristiche geografiche delle varie zone e la medicina territoriale non è stata adeguatamente potenziata».

In una valutazione da zero a dieci, qual è il suo giudizio sulla riforma. Si poteva fare di più? La promuove?

«Il mio voto è sette, un po' più della sufficienza, con notevoli disparità tra regione e regione. Si poteva (e si può sempre in verità) fare di più evitando l’aziendalizzazione esasperata, promuovendo maggiormente l’ascolto dei bisogni dei cittadini e dei professionisti. Un tale modo di operare avrebbe favorito scelte più efficaci, economiche, eque. Il servizio sanitario nazionale comunque costituisce una grande conquista sociale, il cui valore non può essere disconosciuto e va sostenuto con responsabilità e professionalità per migliorarne efficienza e fruibilità».

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