Il Tirreno

Lucca

Cinque racconti e un romanzo corale nell’ultimo libro di Paolo Buchignani

Paolo Buchignani, scrittore e studioso
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Paolo Buchignani, scrittore e studioso

Edito da Tralerighe, il volume dello scrittore e studioso lucchese porta al centro della narrazione le inquietudini del nostro tempo. Una parte è dedicata a Mario Tobino

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LUCCA. È uscito, edito da Tralerighe, il nuovo libro del lucchese Paolo Buchignani. “L’orma dei passi perduti” raccoglie cinque racconti e un romanzo corale ambientati nella lucchesia tra la Seconda guerra mondiale e gli anni Sessanta. Al centro della narrazione la vita, la morte, l’amore, le inquietudini del nostro tempo e di ogni tempo. Domande radicali e passione civile, tra storie avvincenti di uomini e donne, di esistenze individuali trascinate nel turbine della grande storia del ‘900. Una narrazione di memoria in bilico tra realismo tagliente e fuga nell’immaginario, tra lirica ed epica. E poi il ruolo centrale della natura, sempre presente: da un lato la grande madre che rasserena e consola l’animo tormentato dei protagonisti, dall’altro la trepidazione e il dolore per le ferite che le vengono inferte da una civiltà dei consumi rapace e insensata.

Questi testi sono stati letti da grandi autori che hanno poi commentato le scritture di Buchignani, come Romano Bilenchi: «Questo è uno che guarda agli uomini e alle donne con la realtà con cui sono fatti, fino in fondo, e ne trae quella vita che era il massimo pregio dei vecchi scrittori russi e di tutti gli scrittori che hanno contato e che contano». Oppure Geno Pampaloni che ha scritto: «A me sembra che la sobria malinconia e la musicale scrittura toscana siano qui notevoli». E infine Franco Fortini che affermò: «La sua prosa e i suoi temi sono intonati a quarant’anni fa oppure a una società di lettori avvenire e augurabile».

Il libro raccoglie i racconti “L’orma dei passi perduti”, “L’orma di Orlando” e il romanzo “Santa Maria dei Colli”.
Paolo Buchignani è uno storico del ’900, docente di Storia contemporanea all’Università per Stranieri “Dante Alighieri” di Reggio Calabria. Ha pubblicato numerosi saggi sul fascismo, sui totalitarismi e sul tema della rivoluzione declinato nelle diverse culture politiche del XX secolo.

Tra i suoi libri più importanti: “Un fascismo impossibile. L'eresia di Berto Ricci nella cultura del ventennio” (Il Mulino, 1994); “Fascisti rossi. Da Salò al Pci, la storia sconosciuta di una migrazione politica 1943-53” (Mondadori, 1998 e 2007); “La rivoluzione in camicia nera. Dalle origini al 25 luglio 1943” (Mondadori, 2006 e 2007); “Ribelli d’Italia. Il sogno della rivoluzione da Mazzini alle Brigate rosse” (Marsilio, 2017).
Come rilevò il regista Carlo Lizzani, la scrittura creativa consente allo studioso lucchese d’indagare quell’impatto della storia sulle vicende individuali e sui vissuti personali che rimane in ombra nel lavoro scientifico. Il Buchignani scrittore fu segnalato, a suo tempo, tra gli altri anche da Mario Tobino. Tra i suoi testi di narrativa ricordiamo, tra gli altri, “Solleone di guerra” (racconti, prefazione di Carlo Lizzani, Mauro Pagliai, 2008), “Il Santo maledetto” (romanzo, Meridiano zero, 2014).

A Mario Tobino è dedicata una parte del libro: «E poi, quasi ogni giorno, davanti a casa mia passava Mario Tobino. Ancora lo vedo, scapigliato e assorto, i capelli al vento, un bastoncino in mano: non per aiuto al passo, che era spedito e sicuro, ma, si sarebbe detto, per compagnia. Il bastone, di tanto in tanto s’impennava, roteava, o frugava il ciglio della strada: più che il ritmo della camminata, pareva inseguire il turbinio dei pensieri che dovevano agitarsi nella mente dello scrittore. Scrittore e medico di manicomio, come lui stesso si definiva, in servizio da quarant’anni nell’ospedale psichiatrico di Maggiano, sulla collina di Fregionaia, già monastero agostiniano e, si dice, covo di eretici, visitato da Lutero in persona. Tutti lo conoscevano, dunque, nell’Oltreserchio, tutti lo salutavano, il dottore, e lodavano la sua cordialità. Lui spesso s’intratteneva coi paesani, voleva sapere di loro, li interrogava su accadimenti del presente e storie del passato, su particolari minimi, insignificanti e bizzarri per l’interlocutore comune, ma non per il medico dei matti, insieme narratore e poeta, avvezzo a chinarsi ogni giorno, in questa duplice veste, con umana empatica pietà, sul dramma della follia. Tobino scendeva da Fregionaia, raggiungeva la via Sarzanese e, proprio di fronte alla mia abitazione, attraversava la statale e s’incamminava a volte verso la certosa di Farneta, sulla via per Chiatri, più spesso imboccava il viale che conduce alla fattoria del Caprotti dei fratelli Bigongiari, occultata dai pini e da lecci secolari, assieme alla severa villa cinquecentesca. Il viale, dritto e sterrato, costeggia un immenso prato, dove, tutt’oggi, pascolano placide vacche. Un paesaggio fuori dal tempo, che trasmette pace e serenità. Dalla finestra della mia camera, spesso sorprendevo lo scrittore, immobile, a contemplare quella pace, oppure a intrattenersi con lo zio dei Bigongiari, un pittoresco vecchio dai lunghi capelli bianchi. Ero allora un adolescente e di Tobino avevo letto tutto, ma, timido com’ero, non avevo mai avuto l’ardire di avvicinarlo. Alla fine, un giorno, avrò avuto quindici o sedici anni, presi il suo libro da me più amato e lo raggiunsi sul viale del Caprotti».

 

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