Gioco
«Quell’uomo fu l’angelo che salvò la mia famiglia»
Toccante incontro tra il figlio dell’ex presidente rossonero Umberto Paradossi e l’allora bambino che con la sorella e i genitori venne salvato dall’imprenditore
Luigi Spinosi
LUCCA. Quell’incontro, se la storia avesse preso una certa direzione, e se qualcuno non avesse deciso di opporsi a quella stessa direzione, non si sarebbe mai potuto fare. È quello avvenuto ieri mattina a Villa Bottini, per l’apertura delle celebrazioni per i 77 anni dalla Liberazione della Piana e di Lucca. È l’incontro che, non senza momenti di commozione, ha messo uno davanti all’altro Alberto Paradossi ed Enrico Fernandez Affricano.
Alberto ed Enrico erano solo dei bambini quando, negli anni dell’occupazione successivi all’8 settembre del 1943, i destini delle rispettive famiglie si incrociarono.
Alberto era il figlio di Umberto Paradossi, imprenditore lucchese del settore oleario che dal 1951 al 1953 sarebbe stato anche presidente della Lucchese. La famiglia di Enrico invece, con il babbo Paolo, la mamma Edma e la sorella Fernanda, era sfollata da Livorno alla volta delle campagne capannoresi, a Guamo.
Una fuga che, nel loro caso, non era solo dalla guerra e dai bombardamenti, ma anche dall’altra follia omicida che caratterizzò il periodo: quella della persecuzione razziale. I Fernandez, infatti, erano di origine ebraica, e se dal 1938 – con l’introduzione delle leggi razziali – erano diventati di fatto considerati italiani di serie B, dopo l’occupazione tedesca rischiavano anche un viaggio su un vagone piombato alla volta dei campi di concentramento. Un viaggio che quasi sempre era di sola andata.
Se la famiglia livornese riuscì a evitare una sorte tragica fu proprio grazie al coraggio di quell’industriale lucchese il quale, pur sapendo di rischiare la vita, non ebbe il minimo dubbio sulla decisione giusta da prendere. Una storia che Enrico Fernandez conserva, sotto forma di documenti dell’epoca, in una cartella che porta sempre con sé. E tra quei documenti c’è anche un articolo di giornale del 1938. Poche righe in quella che in gergo si chiama una breve, per annunciare l’approvazione delle leggi razziali: «Ecco qua – commenta Enrico – solo un pezzettino di giornale per raccontare quello che avrebbe provocato tanti lutti».
Poi la storia dell’avventuroso salvataggio dei Fernandez: «Umberto Paradossi è stato l’angelo della mia famiglia. Noi eravamo sfollati a Guamo quando, una mattina, è arrivato Umberto, per portarci di nascosto a Roma, tra mille vicissitudini». Paradossi (che conosceva i Fernandez da prima della guerra per ragioni professionali) aveva infatti saputo che la famiglia livornese stava per essere arrestata dai nazifascisti. Da lì la decisione di non perdere tempo e di farla fuggire.
Ma l’impegno di Umberto Paradossi per proteggere la famiglia sfollata andava avanti da tempo, come ha ricordato Eugenio: «Quando abbiamo lasciato Livorno noi eravamo registrati all’anagrafe come famiglia ebraica, ma quando arrivammo a Capannori Umberto riuscì a farci fare dei documenti in cui eravamo indicati come famiglia cattolica».
Purtroppo però il trucco non riuscì a ingannare troppo a lungo la macchina sterminatrice nazista, la quale dopo poco si mise a caccia della famiglia Fernandez. Una caccia resa vana proprio dall’impegno di Umberto Paradossi, che non si limitò a farli arrivare a Roma, ma trovò loro anche un appartamento nella capitale dove rimasero nascosti fino alla Liberazione, continuando nel frattempo a rifornirli di tutti i viveri di cui avevano bisogno. L’imprenditore lucchese fece la scelta giusta, anche se, all’epoca, era una scelta fuorilegge.
«Tra lucchesi e livornesi ci possono essere state delle scaramucce per ragioni calcistiche – ha chiosato Fernandez (che in passato è stato anche presidente del Livorno Calcio) – ma c’è anche un’amicizia straordinaria».
«Nei momenti importanti della vita – è intervenuto il sindaco di Lucca Alessandro Tambellini – ognuno è chiamato a dare delle risposte. Le risposte date dalle persone come Umberto hanno permesso al nostro Paese di riconquistare la dignità». E per ricordare quel gesto a Umberto Paradossi è stato dedicato un albero del Giardino delle Giuste e dei Giusti di Lucca, sul bastione di San Colombano.
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