Sicurezza
«Mi sono sentito privato della dignità»
Il racconto di Stefano, 29 anni, vittima di aggressione omofoba. Tre giovani, di cui due minorenni, sono stati denunciati
Barbara Antoni
lucca. Le ferite più difficili da guarire sono state quelle nell’anima, inferte alla sua dignità di essere umano. Stefano, 29 anni, lucchese (omettiamo, per sua richiesta, il cognome, essendo vittima di un reato), non ha remore nell’affermarlo. Anche adesso, dopo che, pochi giorni fa, sono stati individuati i tre ragazzi che lo aggredirono il 29 maggio scorso, mentre passeggiava per mano al suo compagno in via Maqueda a Palermo, dove si trovava in vacanza con un gruppo di amici. Sono stati identificati, grazie alle telecamere e al suo riconoscimento, dalle forze dell’ordine palermitane e denunciati per lesioni personali aggravate. «Alla fine, la notizia che i miei aggressori siano stati individuati è un’ottima notizia. Sono stato chiamato personalmente dalle forze dell’ordine per il riconoscimento. Si vedrà a questo punto come andrà il processo», dice Stefano.
In questi giorni è a Lucca, è venuto nella sua città di origine per festeggiare il compleanno di un amico. A breve tornerà a Torino, dove da tempo si è trasferito e dove lavora come social media manager. «Purtroppo quello è accaduto a me non è un caso isolato – continua Stefano –. Uno degli ultimi episodi è accaduto di recente proprio a Torino: un tredicenne è stato picchiato perché omosessuale».
Il ricordo di quel sabato 29 maggio rimarrà per tutta la vita. L’atteggiamento di intolleranza verso la giovane coppia gay, Stefano e il suo compagno, si era mostrato già all’ora di pranzo, quando i due giovani si erano seduti in un ristorante e presto erano stati allontanati perché si erano scambiati un bacio: avevano detto loro che potevano turbare i bambini in quell’atteggiamento di semplice tenerezza. Poche ore dopo, “colpevole” di camminare per mano al suo compagno, Stefano venne aggredito sulla pubblica via, dove si trovavano molte persone. Calci e pugni al volto e alla testa, fino a rompergli il setto nasale. E le minacce di sfregiarlo con una bottiglia di vetro spezzata.
«Ho un’ottima terapista e questo episodio l’ho fatto diventare una risorsa – racconta ancora Stefano –. Dall’incubo che era diventato, sono riuscito a trasformarlo in ben altro. Perché oggi il clima di odio verso le persone omosessuali si alimenta continuamente e gli scontri sono sempre di più. Anche le persone che fino a poco tempo fa erano lontane da noi, ora si sentono legittimate a picchiarci. Fanno discorsi da bar e la violenza nei nostri confronti è funzionale alle posizioni assunte dalle destre di tutto il pianeta, compreso quelle italiane».
Posizioni che ora più di prima sono largamente propagandate sulla scia della discussione in atto sul disegno di legge Zan contro l’omotransfobia. «Peraltro – riflette Stefano – spesso il pretesto per divulgare idee omofobe è proprio il disegno di legge Zan, che invece è una cosa seria. Anche se ritengo imbarazzante che una legge così essenziale debba perfino essere discussa e ancor più che emergano ostacoli per la sua attuazione: in realtà servirebbe molto di più della proposta di legge Zan. Ormai la discussione è solo su un piano politico e si basa soltanto sullo schieramento: se sei a favore o contro questo disegno di legge. Molto meno emerge che invece si parla della vita di persone, e quindi anche della mia vita e del rischio cui vado incontro, perché ci sono persone che pensano di potermi tirare pugni mentre cammino in strada. Ormai l’argomento è diventato pop: col disegno di legge Zan si sono accorti che esistiamo».
Grazie alla sua forza e al supporto psicologico cui è ricorso dopo l’aggressione, Stefano, lo ribadisce, ha trasformato in risorsa la violenza vissuta sulla propria pelle. «Il 10 luglio ho tenuto un intervento al Free-k Pride di Torino, davanti a cinquemila persone. Quando sono stato aggredito, a Palermo, ho sentito che venivo privato della dignità di essere umano. Come mi sento oggi? Spostati dal mio sole, che devo brillare. La violenza è una cosa che non può esistere, è un problema di chi la usa e a chi è violento dico “levati”». —
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