Il Tirreno

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Addio Liana, una vita a San Francisco con la “tua” Lucca sempre nel cuore

ilaria bonuccelli
Addio Liana, una vita a San Francisco con la “tua” Lucca sempre nel cuore

Se n’è andata a novant’anni la discendente di una famiglia di Pieve San Paolo molto attiva per i Lucchesi nel mondo 

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il ricordo

ilaria bonuccelli

Liana Giovannini Figone è morta come ha vissuto: a modo suo. Due giorni fa, ha chiamato i figli e ha detto: «Preparatemi il vestito. Voglio essere sepolta con quello». Ordini anche dal letto di ospedale. È quello che ha fatto tutta la vita, questa donna minuscola, nata nel 1931, discendente di una famiglia emigrata oltre un secolo fa da Pieve San Paolo, frazione minuscola di Capannori, e diventata il perno della comunità italo-americana di San Francisco (dove si svolgeranno i funerali, il 5 o 6 agosto, è ancora da definire). Non solo dei Lucchesi nel mondo. O della Federazione Cattolica che ha servito per quasi settanta anni.

Non lo dico per sentito dire. Lo so. Ho intervistato Francis Ford Coppola, nel suo ristorante, in bretelle e maniche di camicia arrotolata, mentre stava spianando una pizza, perché Liana mi indicò quando e come trovarlo. Si presentò insieme con me, gli ricordò alcuni amici che avevano in comune – Mario Puzo, George Lukas – e Coppola non mi cacciò. L’ho vista rimbrottare come un nipote Gavin Newsom, l’attuale governatore della California (quando ancora era sindaco di San Francisco), entrare in municipio a San Francisco e convincere senza sforzi il primo sindaco nero Willie Brown ad ammettermi alle sue conferenze stampa «per farmi fare esperienza».

Ho goduto dei privilegi che questa donna si è guadagnata con il lavoro e la serietà. Ha avuto amicizie importanti, ma non le ha mai sfruttate. Ogni tanto buttava lì un nome, nelle nostre conversazioni nel suo salotto affacciato in Francisco street. Oppure sul giardino dietro la casa, dove non potevano mancare i suoi odori di Toscana: la salvia, il rosmarino. E una pianta di limoni. Forse eravamo proprio lì, nel sole mai invadente di San Francisco quando mi raccontò, come se fosse una faccenda ordinaria, che aveva convinto la casa di distribuzione cinematografica per la quale lavorava ad acquistare “The dear hunter”, Il cacciatore. «Mi mandarono a Los Angeles per l’asta e nessuno voleva quel film. Io insistetti per prenderlo: tutti erano scettici. Dopo la prima settimana di programmazione aveva fatto cento milioni di dollari. E il mio padrone mi mandò un cesto con cento rose».

Disse proprio così: il mio padrone, in quella sua lingua strana che mischiava l’americano e un italiano di inizio Novecento. Con parole che ogni tanto mi facevano sussultare: l’affitto qui in America costa 800 scudi al mese. Mi terrorizzò l’idea: che moneta sono gli scudi? Poi scoprii che erano i dollari. Nel suo cambio virtuale di uno a uno, c’erano ancora le lire monarchiche con lo scudo sabaudo impresso sopra. Del resto, sua mamma Gemma da Pieve San Paolo era partita nel 1919. Il resto della famiglia (Giorgi Giovannini) veniva sempre dalla Lucchesia. C’era anche una quota di Franceschi nel suo sangue.

Di queste origini sì che si faceva vanto. Più di tutti quelli che avevano attraversato la sua vita. Di rado ho trovato una persona così fiera di essere italiana e al tempo stesso americana. Non mancava mai, in alcuna occasione, di indossare la sua croce di Cavaliere dell'Ordine della Stella d'Italia che il presidente della Repubblica le conferì il 28 maggio 1976, quando ancora l’onorificenza si chiamava Stella della solidarietà italiana. E da allora si firmava “cavaliere Liana Giovannini Figone”, imperfetta, accogliente, tagliente, sbrigativa. Mamma di Peter, Joseph e Frank. Un po’ anche mia, figlia adottata in quella grande famiglia che è stata, ed è un ponte. Un ponte fra America e Italia, fra California e Toscana. Un ponte al posto dei muri. —

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