Il Tirreno

Lucca

la festa  

Il ruggito di gioia di una città “Nessun dorma” tinto d’azzurro

Gianni Parrini

Donnarumma para e Lucca esplode liberando il tripudio trattenuto da mesi  Porta San Pietro l’epicentro, serpentoni sulla circonvallazione sino alle quattro 

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Gianni Parrini

LUCCA. La quiete prima della tempesta. Mentre Gigio Donnarumma si accinge a parare il quinto rigore, quello di Bukayo Saka, Lucca è imprigionata in un silenzio carico di tensione. Sono secondi, forse attimi, quelli in cui una città di 90mila persone trattiene il fiato all’unisono, come fosse un corpo solo. Quando riemerge da quell’istante di apnea, tutto cambia. Gigio ha respinto la palla, l’Italia è campione d’Europa e Lucca è un’eruzione di suoni: grida, applausi, fischi, cori da stadio. E poi trombette, clacson, fuochi d’artificio. Infine quel “Poo po po po po poooo poo” che ormai da 15 anni fa da colonna sonora ai godimenti pallonari della nazione. La fenomenologia del rumore descrive bene il ruggito estatico di una città, che dentro le sue mura diventa simbolicamente stadio e si libera così di un anno incubo, fatto di silenzi, piazze vuote e passeggiate solitarie. E l’impatto visivo non è da meno. Tricolori sventolano alle finestre dei palazzi storici e sulle auto che si riversano lungo la circonvallazione come fossero un convoglio autogestito, mentre il dress code azzurro e bianco-rosso-verde e i fumogeni completano il quadro di una città che si rianima e si riempie di folla.

I lucchesi la partita l’hanno seguita ognuno a modo suo: per lo più in piccoli gruppi, chiusi nelle case, oppure davanti agli schermi allestiti nei locali del centro. Il più grande a Villa Bottini, dove il calcio per una sera ha sostituto il cinema. Ci sono 300 persone sedute sulle seggioline che seguono le gesta degli azzurri. All’inizio sgomente, per quel gol di controbalzo arrivato proprio dalla fascia di quel Di Lorenzo che qui è di casa. Poi fiduciose per gli strappi improvvisi di Chiesa e le chiusure di Chiellini. Infine entusiaste per il gol di Bonucci che mette alle corde gli inglesi. Che però non cadono fino ai rigori. Quando Donnarumma para e se ne va come se dovesse andare a pagare la bolletta tra gli spettatori alcuni si guardano increduli. “Ma abbiamo vinto o devono tirare ancora?”. Ci vuol e poco per capirlo: quell’urlo strozzato in gola viene finalmente cacciato fuori. Si balza in piedi, ci si abbraccia, si esulta in piena empatia indipendentemente dall’anagrafe.

La festa ha inizio e il suo epicentro è sotto il castello di porta San Pietro, difficilmente apparso così stracolmo. C’è chi sale sul tettino dell’auto, chi si mette nel bagagliaio, chi fa il bagno nelle fontane e chi imbandiera le statue. Un’euforia collettiva che si svolge sotto lo sguardo discreto delle forze dell’ordine e per fortuna senza particolari degenerazioni, anche se occorre dirlo, vedere qualche mascherina in più non avrebbe fatto male.

In strada ci sono anche le famiglie con bambini piccoli, vestiti di bianco, rosso e verde. Salgono sulla passeggiata delle Mura per osservare il serpentone chiassoso delle auto che si riversa sulla circonvallazione. Il variegato mondo dei mezzi di trasporto da sfoggio di sé in una parata in cui ci sono camion, trattori, furgoncini e altro ancora. Fuori porta Elisa qualcuno prende male le misure: una cinquecento finisce nel fosso ma per fortuna nessuno si è fatto male. La festa di popolo va avanti fino alle quattro: è il “nessun dorma” di una Lucca che per una notte si è scordata dei fantasmi pandemici e ha riscoperto la gioia di vivere. Grazie al calcio, grazie agli azzurri d’Europa. —

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