Il Tirreno

Lucca

«La pace è il primo dono alla comunità in questo tempo difficile e pieno di ferite»

I preti e i diaconi della Chiesa nella Città
«La pace è il primo dono alla comunità in questo tempo difficile e pieno di ferite»

Secondo appuntamento con “Lessico della Speranza”, l’iniziativa domenicale dei parroci della Chiesa nella città 

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l’intervento

Secondo appuntamento con l’iniziativa del "Lessico della Speranza", curata dai parroci di Arancio, San Filippo, Centro Storico, Sant’Anna, San Concordio, Pontetetto, San Donato, San Marco, SS. Annunziata, San Vito, coordinati dalla parrocchia del centro storico guidata da don Lucio Malanca. Ha aperto il ciclo di “Lettere alla città” l’intervento dell’arcivescovo Paolo Giulietti sullo stupore. La seconda lettera è firmata dai preti e diaconi della Chiesa della città. E il suo tema è la pace.

Il saluto del Risorto a Pasqua è: la pace sia con voi!

Il primo dono alla città sconvolta e alla comunità incredula è la pace. Un lessico della speranza che già fa guardare alla ricostruzione parte da qui.

Sulle macerie di questo tempo drammatico si staglia il saluto che rinnova: sia pace!

Come un imperativo creativo su qualcosa di inerte. Non saranno le urla corporative, né lo sgomitare dei più forti o furbi, a ricostruire, ma “un popolo umile” fatto da coloro che sanno mettersi in fila e aspettare il proprio turno. Un’etica del quotidiano e della responsabilità alla quale ci ha già costretti la pandemia, che dà gambe alla pace sociale, cresce in cuori autenticamente pacificati e pacificatori.

Spesso nella storia, quando finisce un tiranno, perché finiscono sempre, comincia una guerra civile, ci si uccide tra fratelli.

Il tiranno subdolo che stiamo ancora combattendo, porta con sé anche la forza della disgregazione. Tra le macerie troviamo individualismo e ripiegamento.

Ma come succede quando qualcosa ci mette a soqquadro, saltano fuori anche risorse impensate che non sapevamo di avere: l’interiorità, una socialità meno massificata, l’essenzialità contro un consumo sfrenato, la voglia di incontrarsi di nuovo come dono non pretesa, l’altro non solo che colma il mio vuoto ma porta una verità inedita.

Come avvenne quel mattino di buon’ora, il primo giorno dopo il sabato, intorno ad un sepolcro vuoto. E lo riconobbero solo dalle ferite, da toccare per non dimenticare, di più per ricostruire su ciò che conta: il dono di sé.

Costruire il noi sociale, sempre e ancor più in questo tempo, vuol dire imparare non solo a dare ma anche a ricevere dall’altro, come dice il Concilio quando parla del rapporto tra Chiesa e mondo.

Ricevere dall’altro mi mette nella condizione di essere sufficientemente povero da non essere supponente ed autosufficiente, bastante a me stesso. Mi mette nella condizione della pace.

Quando ricostruire significa aver bisogno di tutti, non escludere nessuno, non imporre un ritmo che fa morti per strada e semina tristezza, “aspettarsi gli uni gli altri” per crescere insieme, che spesso vuol dire decrescere di qualcuno o almeno delle aspettative di tutti. Forse anche l’economia ne acquisterebbe.

Tutto in una parola che non chiede prima di tutto di essere praticata ma accolta, perché ha una sua forza intrinseca ed innovativa sulla città.

La pace sia con voi! —

I preti e i diaconi

della Chiesa nella Città

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