Il dolore
Caso Vagli, Pandolfo esce dall’inchiesta
Per la Cassazione l’imprenditore è estraneo al reato associativo, non è un corruttore e non doveva essere arrestato
Luca Tronchetti
VAGLI. La sesta sezione della Corte di Cassazione accoglie totalmente il ricorso presentato dai legali dell’imprenditore Tiziano Pandolfo, 40 anni, di Barga, e annulla senza rinvio l’ordinanza di custodia cautelare emessa nel dicembre 2002 dal gip del tribunale di Lucca su richiesta della procura di Lucca. In sostanza per i giudici della Suprema Corte l’ex titolare della «Tiziano Pandolfo srl» è estraneo al reato associativo, non è un corruttore e non doveva essere sottoposto alla misura coercitiva della detenzione cautelare che il giudice delle indagini preliminari aveva modificato in arresti domiciliari contrariamente all’accusa che aveva chiesto in prima istanza la detenzione in carcere.
Una vittoria su tutta la linea del pool difensivo – composto dal professor Tullio Padovani e dagli avvocati Andrea Da Prato (che ha seguito il cautelare personale) e Francesco Marenghi (che si è occupato delle misure reali legate al sequestro dei 500mila euro) – che peserà e non poco sulla posizione dell’imprenditore della Media Valle nell’ambito dell’inchiesta sul Sistema Vagli. Perché, per la Cassazione, Pandolfo non c’entra o comunque non sussistono i presupposti probatori per ritenere che possa aver fatto parte della presunta associazione che legava la parte politica a quella imprenditoriale in grado di compiere una serie di reati contro la pubblica amministrazione che vanno dalla corruzione alla truffa, dal falso all’abuso d’ufficio.
LE ACCUSE
A Pandolfo l’accusa aveva contestato, finalizzata alle future condotte contrarie ai doveri d’ufficio, l’acquisto di un rudere a Campocatino – tra l’altro in una zona patrimonio dell’Unesco – di proprietà o comunque riconducibile alla figlia dell’ex sindaco di Vagli, Mario Puglia. Un’area che, proprio perché vincolata, non potrà mai essere estrattiva e quindi adatta alla coltivazione delle cave di marmo con il manufatto che è stato pagato un prezzo congruo, documentato e tracciabile (40mila euro) al suo reale valore. Nessun valore dissimulato che potesse quindi nascondere il prezzo della corruttela sull’immobile da ristrutturare in questione come stabilito, peraltro, da una perizia eseguita dall’Agenzia delle Entrate in relazione ad un’eventuale elusione fiscale. Nel ricorso per Cassazione emerge che Pandolfo è beneficiario di un ampio numero di affidamenti da parte dell’amministrazione di Vagli che sono per la gran parte ritenuti leciti anche dall’accusa. In condizioni d’urgenza, in presenza di frane – più o meno vere o verosimile – l’imprenditore aveva i mezzi meccanici e le disponibilità di operatori in grado di risolvere in tempo reale la situazione. Per i legali di Pandolfo per accertare il compimento del delitto di corruzione propria è necessario dimostrare il compimento dell’atto contrario ai doveri d’ufficio sia stato la causa della prestazione dell’utilità e della sua accettazione da parte del pubblico ufficiale. E la Suprema Corte ritiene del tutto indimostrato che la corresponsione del prezzo di un immobile nel 2016 possa aver avuto qualche efficacia causale rispetto agli affidamenti attribuiti a distanza di anni da quell’accordo. Infine, ma non per ultimo, i giudici sostengono che non c’erano i presupposti per la custodia cautelare: non c’erano pericoli di reiterazione, di fuga o di inquinamento probatorio. Quanto meno non c’era un pericolo attuale.
CASO PUGLIA
Diverso invece il comportamento della sesta sezione della Cassazione sul ricorso legato alle esigenze cautelare dell’ex vice sindaco e dominus della vicenda, Mario Puglia difeso dal professor Enrico Marzaduri. I giudici della Suprema Corte hanno deciso per l’annullamento con rinvio al tribunale del Riesame di Firenze.
Quindi occorrerà attendere le motivazioni per capire le ragioni dell’annullamento che potrebbero essere dettate semplicemente da omissioni di motivazione su un elemento dirimente o determinante. —
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