Il dolore
Tasse non pagate sull’oro sparito
Le fiamme gialle gli contestano l’omessa denuncia di 1,4 milioni di euro che avrebbe dovuto versare all’Erario
LUCCA. L’11 luglio del 2016, la guardia giurata Antonio Di Stazio, all’epoca sessantenne, origini napoletane e residente ad Arezzo, che stava ultimando il carico di preziosi nell’ambito di un giro di aziende orafe, attese che il collega scendesse dal furgone per prendere oro in una fabbrica, per dileguarsi con il bottino. Per una settimana risultò introvabile. Poi lunedì 19 luglio si presentò ai carabinieri della stazione di Lucca in Cortile degli Svizzeri in compagnia del suo legale lucchese, avvocato Marco Treggi. I militari lo identificarono indagandolo per appropriazione indebita e, visto che per questo reato non è previsto l’arresto, lo lasciarono andare subito dopo le formalità di rito. Soltanto che Di Stazio, la settimana precedente, si era dileguato con il furgone della ditta al cui interno c’erano 120 chili d’oro per un valore da capogiro: 4 milioni e 200 mila euro.
Cinque anni dopo Di Stazio, 65 anni, torna a far parlare di sé. Dopo le indagini e il processo per appropriazione indebita poi derubricato in furto pluriaggravato l’ex vigilante – che si costituì a Lucca e fu condannato in tribunale ad Arezzo con rito abbreviato a quattro anni e sei mesi di reclusione dal giudice Gianni Fruganti – torna a far parlare di sé. La Guardia di Finanza gli contesta l’omessa denuncia per l’evasione fiscale.
Deve pagare al fisco un milione e 400mila euro dei 4 milioni e 200mila che avrebbe rubato quell’11 luglio del 2016 sparì da Pieve al Toppo nel comune di Civitella in Valdichiana (Arezzo) con il furgone dell’azienda di vigilanza di cui era dipendente, carico di oro appena ritirato da varie ditte.
Il sessantacinquenne è tornato a processo in tribunale ad Arezzo davanti al giudice Giorgio Margheri e al pm Bernardo Albergotti che sostiene l’accusa di omessa dichiarazione.
Il processo si è aperto giovedì scorso ed è stato aggiornato al 15 settembre prossimo. Con un piccolo particolare: dell’oro rubato non si è mai trovata alcuna traccia.
E dire che Antonio Di Stazio sino a sessant’anni non aveva preso nemmeno una multa per divieto di sosta. Difficile capire cosa sia passato all’improvvisa nella testa di un uomo all’apparenza integerrimo. Certo è che, dopo la condanna a 4 anni e 6 mesi, gli otto mesi di carcere e il risarcimento ad una provvisionale di 450mila euro che, ufficialmente, l’ex guardia giurata non ha gli interrogativi si sono sprecati. Prima tra tutti: dov’è finito il tesoro? Chi fine ha fatto l’oro? Esiste un complice?
Di certo c’è soltanto che il blindato della Securpol guidato da Di Stazio venne ritrovato poche centinaia di metri più avanti da dove si era allontanato: accanto alla recinzione che separa la strada dall'area di servizio di Badia al Pino, sull'Autosole, un posto conosciuto un anno dopo perché proprio lì l'11 novembre 2007 l'agente della polizia stradale Luigi Spaccarotella uccise con un colpo di pistola il tifoso della Lazio, Gabriele Sandri.
L'ipotesi che quei cento chili d'oro siano sepolti da qualche parte in attesa che Di Stazio se li vada a riprendere è suggestiva, ma anche poco realistica.
Più facile che i sacchi coi lingotti siano volati oltre la recinzione e poi si siano letteralmente squagliati, in questo caso grazie a un complice. E squagliati una seconda volta in un forno compiacente tra i 1200 esistenti nella zona per poi ricomparire sotto forma di orecchini e collane immacolate.
Ipotesi, suggestioni. Probabilmente non lo sapremo mai. —
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