La manifestazione
Zona rossa, parrucchieri disperati fondano un gruppo: «Fateci riaprire»
Cento operatori hanno costituito il gruppo "Facciamoci sentire". Il portavoce: «Per pagare tasse e mutui, c’è chi lavora in nero a domicilio»
LUCCA. Sono circa un centinaio e in comune hanno due aspetti prevalenti: tutti svolgono la professione di parrucchiere, tutti sono sull’orlo della disperazione. Intorno a Paolo Frizza, 53 anni, parrucchiere lucchese alla terza generazione familiare, i circa cento operatori - per la maggior parte attivi in Lucchesia, in numero minore a Capannori e a Viareggio - hanno costituito un gruppo che hanno denominato “Facciamoci sentire”. Frizza è il loro portavoce, in alcuni casi anche un amico, al quale hanno affidato la “missione” di portare avanti le istanze e i problemi di una categoria messa a dura prova da decreti e zone rosse: alla prima, un anno fa, dovettero chiudere; alla seconda, prima di Natale, poterono rimanere aperti; a quest’ultima, tuttora in corso, sono di nuovo chiusi.
«Sinceramente – spiega Frizza – più che la paura, in questa precisa fase nella nostra categoria i sentimenti prevalenti sono rabbia e confusione. I decreti che si sono susseguiti sono stati spesso contraddittori gli uni verso gli altri e tutti i parrucchieri oggi si fanno la stessa domanda: “quando potremo riaprire?”. È per tutti noi un vero dilemma, ci sono situazioni anche tragiche e tutto ciò crea un forte sgomento. Io, personalmente, facevo parte di un’associazione di categoria, ma questo gruppo è qualcosa di altro, viene dalle persone, senza filtri: non ci rivolgiamo al governo, né alle istituzioni nazionali: noi vogliamo sensibilizzare le istituzioni locali, chiedere che si interessino alla nostra causa e che la portino avanti nelle sedi opportune. Dietro a ogni salone, grande o piccolo, ci sono storie e famiglie, problemi e mutui, e il lavoro spesso è l’unico modo per risolvere le situazioni».
Il tasto dei problemi, come sottolinea Frizza, è quello più dolente. «È venuto fuori anche parlando all’interno del nostro gruppo – spiega il portavoce dei parrucchieri – che molti di noi in questo periodo sono in forte difficoltà a causa della lunga inattività. Per alcuni, in particolare, la chiusura del negozio non ha coinciso con l’entrata in vigore delle prescrizioni del decreto del governo Draghi: erano già chiusi, perché in quarantena dopo aver avuto un contatto con una persona positiva al Covid o perché sono stati malati di Covid essi stessi. Oggi, terminata la quarantena o guariti, alcuni di questi parrucchieri quando si presenta l’occasione lavorano a domicilio dai clienti. Sanno di andare contro la legge – spiega ancora Frizza – ma, mi dicono, “non c’è altro modo per pagare tasse e mutui se non quello di guadagnare”. In un momento come questo non mi sento di fare la lotta al lavoro nero, perché o lavori in nero o vai a rubare. Eccolo il Far West che hanno creato questi decreti. Anche da parte delle persone, i clienti, poi l’atteggiamento è cambiato: sono stufi di questa situazione e non hanno nemmeno più paura di ammalarsi di Covid, il rischio non viene più percepito».
Sono rivelazioni molto pesanti quelle di Frizza ma, assicura, altrettanto veritiere. «Ci rivolgiamo alle istituzioni locali affinché ci aiutino a cercare di riaprire le nostre attività al più presto – conclude il parrucchiere lucchese –. Stiamo anche pensando di attuare una protesta pacifica, tipo aprire i nostri locali, accendere le luci e stare all’interno senza lavorare, ma vedremo se è il caso».
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