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Soltanto donne ai vertici della questura «Sono le persone giuste al posto giusto»

barbara antoni
Soltanto donne ai vertici della questura «Sono le persone giuste al posto giusto»

Il questore Faranda Cordella e lo staff di funzionarie spiegano i motivi della loro scelta professionale e le difficoltà «In polizia ci sono pari opportunità di carriera, ma servono impegno e sacrificio». Ognuna racconta la sua storia

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succede a lucca

barbara antoni

«Una donna a capo dell’ufficio di gabinetto? Meglio di no. Le donne non capiscono nulla di politica». Era il 1989. La dottoressa Alessandra Faranda Cordella lavorava già in polizia. Questa frase fu pronunciata all’epoca da un suo superiore. È lei stessa, questore in carica a Lucca con una lunga esperienza sul campo (dodici anni al Delle Alpi e sei allo stadio di Bergamo a occuparsi di sicurezza, tra le altre), a raccontare l’aneddoto. «Oggi quasi tutti i capi di gabinetto in polizia sono donne», dice.

La fotografia della questura di Lucca, oggi, parla da sé. In organico, accanto alla dottoressa Faranda Cordella, la prima dirigente (divisione anticrimine) Lina Iervasi; vice questore aggiunto (capo di gabinetto) Marianna Stio; commissario capo (dirigente ufficio prevenzione generale e soccorso pubblico: le volanti) Roberta Frangiosa; vice questore aggiunto (dirigente squadra mobile, da anni in servizio a Lucca) Silvia Cascino; medico principale (dirigente ufficio sanitario) Allegra Cammi.

«Il percorso delle donne in polizia – spiega Faranda Cordella – non è lunghissimo. La polizia divenne femminile nel 1959, ma le donne si occupavano solo di protezione delle fasce deboli e del fenomeno della prostituzione. Con la legge 121 del 1º aprile 1981, sulla completa smilitarizzazione della polizia, quando siamo diventati “civili a ordinamento speciale”, le donne hanno iniziato a entrare fluidamente in polizia. Da allora tutti i ruoli, in progressione, sono stati aperti e anche tutte le qualifiche. La polizia di Stato in Italia crea parità attraverso compiti e retribuzioni, ma significa anche parità di sacrifici, impegno e responsabilità. È questo che rende il nostro l’organismo di polizia più democratico. Altra caratteristica è la capacità dialettica, l’attenzione alla cura delle persone, in particolare da parte di chi si occupa di sicurezza. Siamo i più vicini alla società».

Determinazione, sguardo attento sulla realtà. Spirito di sacrificio e consapevolezza che “si può fare”. A cominciare dal questore donna. Origini astigiane, «in gioventù volevo dare un mondo migliore ai nostri figli – dice –: ho pensato che lavorando in polizia avrei potuto portare il mio contributo». Gli stessi principi sono ben saldi nelle funzionarie, che la responsabile ha voluto come strette collaboratrici («penso di avere messo le persone giuste al posto giusto», sottolinea); alcune (Cascino e Stio) avevano giù posizioni di dirigente. Per tutte, la motivazione a intraprendere il percorso in polizia è stata molto forte. «L’ho desiderato da sempre - spiega Lina Iervasi, di origini calabresi –, anche se nel 1981, quando ho iniziato, non si pensava alla parità di genere nella nostra professione. Volevo fare la poliziotta, in tasca avevo un diploma. Lavorando in polizia mi sono laureata e ho vinto un concorso per dirigente. Oggi posso dire che ho superato l’asticella dell’obiettivo che mi ero in inizio proposta. Trentatré anni di servizio mi hanno dato anche la possibilità di vedere la società da più punti di vista. Dalle volanti di Torino, ho lavorato poi in altre questure toscane dove mi sono occupata in prevalenza di immigrazione. A Lucca, come capo dell’anticrimine, mi sono occupata di violenza di genere e di diritti dei vulnerabili. Siamo spesso nelle scuole, per diffondere tra i ragazzi determinati messaggi e per evitare che le nuove generazioni crescano con mentalità da maltrattanti».

Viene da Benevento invece Roberta Frangiosa. «Il forte senso della giustizia e dell’ingiustizia è alla base della mia scelta di lavorare in polizia – racconta –. Avevo il diploma, feci il concorso per agente e lo vinsi: il mio primo incarico fu a Bari alle volanti. Poi a Roma come ispettrice. Nel frattempo ho potuto frequentare l’università e pagarmi gli studi. “Mamma polizia” mi ha permesso di raggiungere il sogno di laurearmi. Dopo avere avuto due figli mi sono rimessa in gioco: ho vinto il concorso da commissario. Il primo incarico è stato a Viareggio, poi qui a Lucca. Credo che la presenza femminile sia una ricchezza nella polizia. Non è facile – aggiunge – essere madri e fare questo lavoro. Le normative di tutela esistono, ma l’impegno da funzionaria è diverso. Ho due figli maschi, li cresco facendo loro comprendere che i modelli antichi sull’identità maschile e femminile non valgono più».

Marianna Stio è romana. «Vengo da una famiglia di medici – spiega –. Fin da molto giovane mi sono sentita una persona equilibrata, giusta per intraprendere un percorso di studi universitario in giurisprudenza. Ho vinto il concorso in polizia ed è stata la mia vittoria più grande. Lucca è la mia prima sede di lavoro. Sono arrivata inesperta, ma ho trovato una famiglia in questura. All’inizio ero all’ufficio immigrazione: in ogni fascicolo mi appassionavo a una storia familiare. Il questore Alessandro Giuliano mi propose di fare il capo di gabinetto: ero al settimo mese di gravidanza e accettai con entusiasmo. La scommessa sulle donne è più marcata con la nuova responsabile della questura. Quest’amministrazione è madre e famiglia: ringrazio il mio lavoro perché mi fa crescere».

La dottoressa Allegra Cammi è medico delle questure di Lucca e di Pistoia, anche dell’ospedale militare di La Spezia. È a Lucca da quattro anni, «ma – racconta – in polizia dal 2016. Mi sono laureata a Firenze nel 2013. Amo molto la medicina ma non gli ospedali e stavo facendo il corso per diventare medico di famiglia quando trovai un concorso come medico di polizia. Lo provai e vinsi: ne sono felicissima. A fare il medico in questura non ci si annoia. Facciamo riferimento al nostro ambulatorio interno, dove il personale infermieristico è tutto femminile. Al momento sto facendo le vaccinazioni al personale di polizia, prefettura e vigili del fuoco. Quando dobbiamo fare un rimpatrio, io e l’infermiera facciamo la scorta sanitaria. Faccio anche servizio in pattuglia con la polizia stradale: durante i controlli antidroga, per fare i test della saliva serve che ci sia un medico». —

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