Il Tirreno

Lucca

il pittore cavani 

Guarisce dal Covid e dona un quadro all’ospedale di Lucca

Gregorio Andreini

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lucca. Un dipinto del pittore garfagnino Emilio Cavani in dono all’ospedale San Luca di Lucca. Il noto “pittore delle Alpi Apuane”, 87 anni, abita a Castelnuovo. Sulla breccia da più di sei decenni, ha attraversato un periodo non facile a causa del Covid-19 che ha contratto alla fine dello scorso anno. Per ringraziare il personale sanitario dell’ospedale lucchese, dove è stato ricoverato, ha realizzato un’opera speciale “Angeli”, un dono per chi l’ha aiutato a guarire. «Il mio dipinto – sottolinea Cavani – un 80x80 cm su tempera, verrà esposto in uno dei reparti dell’ospedale San Luca ed è un omaggio alle infermiere che con cura e amore mi hanno aiutato a uscire da una situazione personale fra la vita e la morte. Proprio per questo – aggiunge – ho realizzato un’opera che ha come protagonisti gli occhi belli e le sagome delle infermiere bardate da capo a piedi. C’è anche tanto bianco come cito nella scritta di una delle bolle dell’opera che richiama il coronavirus rappresentato invece nella bolla blu centrale. Con tante testine – spiega – queste bolle e gli sguardi delle infermiere non sono rivolti alla malattia ma aiutano il paziente a sconfiggerla ponendo lo sguardo su di lui». Di quei giorni Cavani non ha particolari ricordi, se non l’amore e la professionalità di chi l’ha curato. «Ho contratto il Covid-19 a fine 2020 in famiglia e ho visto la morte in faccia. Sono stato ricoverato per circa due mesi fra l’ospedale San Luca, per due volte, e la Cittadella della Salute all’ex Campo di Marte. Ricordo che dopo il ricovero al Campo di Marte fui rimandato a casa e mi sentii male. Non respiravo quasi più. Fui ricoverato nuovamente al San Luca dove fui portato a sirene spiegate. Non dimenticherò mai l’entrata dentro l’imbuto dei malati di Covid-19 e poi all’interno della struttura la vista di cinque o sei cadaveri e quel grigio sulle pareti che mi richiamava un’officina meccanica. Subito dopo – conclude – mi fu inserito lo scafandro in testa oltre all’ossigeno per respirare. Ma fortunatamente alla fine, come ho scritto su una sagoma bianca del quadro, è andato tutto bene». —

Gregorio Andreini

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