Sicurezza
Nuovo stop alla nomina del procuratore di Lucca
Il plenum del Csm per la seconda volta rinvia l’istruttoria in commissione. Manzione: «Attenderò nuovamente l’esito»
Luca Tronchetti
LUCCA. Questo matrimonio non s’ha da fare. La citazione manzoniana cade a fagiolo per una situazione paradossale - unico caso in Italia dal 1947 ad oggi - che ieri mattina ha visto protagonista il plenum del Consiglio Superiore della Magistratura, sempre meno indipendente e sempre più vicino alla politica, bocciare per la seconda volta consecutiva la nomina a capo dell’ufficio requirente della procura di Lucca di Domenico Manzione, 65 anni, origini irpine e versiliese d’adozione, riproposta nuovamente all’unanimità dalla commissione nomine del Csm. E così la proposta torna per la terza volta all’esame della Quinta commissione. E la procura di Lucca continua a restare, dopo il pensionamento per raggiunti limiti di età del procuratore Pietro Suchan, senza capoufficio ormai da sedici mesi. Manzione, raggiunto telefonicamente, preferisce non commentare l’ennesima bocciatura e si rimette al nuovo giudizio: «Tecnicamente la pratica torna in commissione come era già accaduto lo scorso novembre. Sono sereno e attendo l’esito».
I FATTI
Ieri mattina a palazzo dei Marescialli il colpo di teatro che non t’aspetti. Il plenum accoglie con 8 voti a favore, 10 dicasi 10 astenuti e 5 contrari, la richiesta della togata Loredana Micciché (Magistratura Indipendente, la corrente di destra) di riaprire l’istruttoria in commissione per un riesame di tutti gli aspiranti. Lei, relatrice della proposta, ignorando i titoli, l’anzianità e la graduatoria del concorso - che vede Manzione nettamente davanti rispetto agli altri candidati - ha messo in relazione una frase, dell’ex procuratore di Alba e già sostituto per 18 anni alla procura di Lucca, riferita durante un’intervista rilasciata a Report, quando ricopriva l’incarico di sottosegretario al ministero degli Interni, in cui esplicita i rapporti di stima con l’onorevole Matteo Renzi. «Questa dichiarazione - ha detto al plenum la Micciché - influisce nella percezione di imparzialità e indipendenza requisiti fondamentali per il conferimento di un ufficio direttivo di un procuratore della Repubblica in Toscana. Per questo chiedo il ritorno della pratica in commissione».
Il PUnto
La parolina magica è proprio questa. Toscana. Già la Toscana rossa. Perché, a guardar bene i fatti che vanno sempre scissi dalle opinioni, ci sono due importantissimi e valenti magistrati la cui professionalità, come del resto quella di Domenico Manzione, è fuori discussione. Si tratta di Giovanni Melillo e Raffaele Cantone. Il primo è stato capo di gabinetto dell’ex Guardasigilli Andrea Orlando ed è diventato capo della procura di Napoli. Avete capito bene: Napoli, la procura più grande d’Italia con 9 aggiunti e 97 sostituti. Il secondo, che era stato nominato da Matteo Renzi (sempre lui a dividere ed esacerbare gli animi dei nostri politici) niente di meno che presidente dell’Anticorruzione, ha ricevuto il via libera per guidare una procura strategicamente di fondamentale importanza come quella di Perugia. Il motivo? Semplice. Tutti i magistrati romani in caso di reati commessi nell’esercizio delle loro funzioni vengono giudicati dal tribunale del capoluogo umbro. E allora: perché questa disparità di trattamento?
LEGITTIMAZIONE
La legittimazione a ricoprire il ruolo di procuratore capo per ben due volte è stata riconosciuta dalla commissione nomine del Csm. Anche perché, dopo l’esperienza di procuratore capo ad Alba (sede poi soppressa) nel 2012 arriva per Manzione la nomina di componente del consiglio direttivo della scuola di formazione dei magistrati con sede a Roma e didattica a Scandicci. Solo nel 2014 arriva la chiamata come sottosegretario nel governo Letta. E nel 2018 con la fine del governo Gentiloni, Manzione torna a il ritorno alla professione e l’inserimento in applicazione alla Corte d’Appello di Firenze. Il togato indipendente Nino Di Matteo sostiene che il magistrato in questione non è legittimato perché è stato 8 anni fuori ruolo. Ma a conti fatti il periodo non supera i 5 anni. E così Manzione, suo malgrado, diventa un caso nazionale e si torna a parlare di stop delle toghe in politica e di riforma della Giustizia. —
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