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Addio a Raffaello Cei, il caporale scrittore che ha raccontato la guerra in Africa
È scomparso all’età di cent’anni, a poco tempo della moglie. Fu internato in un campo in Sudafrica
LUCCA. Il 20 ottobre aveva compiuto cento anni. Gli ultimi dieci e rotti dei quali passati a raccontare a tutti, ma soprattutto alle nuove generazioni, la sua esperienza durante la Seconda guerra mondiale. Martedì mattina, all’alba, Raffaello Cei è morto. La sua vita era completamente cambiata da qualche mese, dopo la morte della moglie Carla con la quale aveva condiviso oltre 70 anni di esistenza. La figlia Dina (Cei ha anche un figlio, Agostino) lo ha ricordato con queste parole su Facebook: «Oggi il suo sogno si è avverato. Proprio quando i sogni tramontano, alle prime luci di un’alba, preludio di una giornata che immaginava monotona come tutte le altre senza la sua Carla, gli occhi del caporale Raffaello Cei si sono chiusi per sempre. Chi lo ha conosciuto sa quanto grande fosse la sua umanità. Forse non è stato un eroe ma per me è stato semplicemente il padre migliore che potessi avere».
La storia di Cei è quella di un italiano nato in una famiglia di tradizione socialista che all’inizio del 1940 va, per il servizio di leva, in una caserma di Ferrara. Qui, vista la sua abilità con la guida, diventa responsabile di uno dei trattori del reggimento di artiglieria Celere. Quello con il quale, dopo l’entrata in guerra dell’Italia va prima sul fronte balcanico, poi in Libia. Il 17 gennaio del 1942 , dopo una lunga battaglia, viene preso prigioniero dagli Inglesi e, al termine di un lunghissimo viaggio, arriva nel campo di prigionia di Pietermaritzburg in Sudafrica dove, addetto alla mensa, rimarrà fino alla fine del conflitto.
Riuscirà a rientrare in Italia solo nel 1947, per diventare imprenditore. Ma il rapporto con quanto avvenuto durante la guerra per lui sarà sempre fortissimo. Lo ricostruisce Andrea Giannasi, di Tralerighe, che di Cei, oltre che editore, è stato anche un grande amico: «L’8 novembre del 1953 a Bologna prese parte al primo raduno dei reduci del campo. Poi si persero di vista, fino a quando riuscirono a ritrovarsi grazie ai gruppi su Facebook».
Il racconto che Cei fece nei suoi scritti divenne allora un racconto, continua Giannasi, di «memoria collettiva, fatto con le storie e i ricordi di tanti ex commilitoni». A inizio di quest’anno era uscito in libreria il suo “Il caporale. Dal passo di Halfaya a Pietermaritzburg-Sonderwater”. Proprio Cei, al tempo novantanovenne, partecipò in prima persona alle presentazioni del libro: «Sono le ultime che abbiamo fatto a febbraio, prima del lockdown», ricorda Giannasi.
Fra le tantissime vicende narrate a più riprese da Cei, una delle più celebri è quella della costruzione della “chiesina dei prigionieri”, realizzata in oltre sedici mesi di lavoro dai militari internati nel campo sudafricano. E proprio il governo di Pretoria ha dichiarato quella costruzione monumento nazionale.
I funerali di Cei, che nel 1950 ricevette la croce al merito, si sono svolti nel pomeriggio di ieri.Tantissimi i ricordi su Facebook da parte di ex commilitoni e delle loro famiglie. Alla famiglia le condoglianze della redazione del Tirreno. —
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