Gioco
La dura vita dei locali in fase arancio Pult: «Chiusi per limitare i danni»
Bar Cupido: «Aperti per non perdere il contatto con i clienti, per dare loro un servizio». Bono Bao, la beffa: escluso dai ristori
/ LUCCA
«Il 2 gennaio 2021 saranno sette anni che ho deciso di cambiare vita: ho lasciato un posto da impiegato per aprire una paninoteca. Che adesso però è chiusa: per l’orario che faccio e il mio tipo di clientela, stare aperto con i limiti della zona arancione per me non ha senso». Peter Manfredini, titolare della paninoteca Bono Bao in piazza Martiri della Libertà (fuori porta Santa Maria) parla con l’entusiasmo dei suoi trentuno anni, di una scelta di vita e di una congiuntura difficile.
«Con tutti questi lockdown, questo anno è una tortura – continua il suo racconto -. Ho provato a stare aperto lavorando solo con l’asporto per una settimana, quando la Toscana fra ottobre e novembre è passata da zona gialla ad arancio. Ma ho capito subito che per me non c’era lavoro. Il mio orario di apertura è dalle 12 alle 15 e dalle 19 a tarda notte, normalmente le 2». Con il coprifuoco, orari improponibili. Così Manfredini si è informato sulle possibilità dei ristori previsti dal governo per i pubblici esercizi: niente da fare. «Purtroppo – spiega – il codice Ateco della mia attività non rientra fra quelli che possono beneficiare di un ristoro. Quindi sto andando avanti con i risparmi dell’ultima estate. Mi auguro che il 20 dicembre si possa tornare zona gialla: dal 20 dicembre all’8 gennaio è l’unico periodo invernale buono per lavorare, poi fino a Pasqua è solo miseria».
Un altro imprenditore che ha preferito tenere il locale chiuso in fase arancione è Filippo Pardini, titolare del bar Pult in centro storico. Altro locale dal precedente, altre motivazioni per la chiusura, ma la decisione è la stessa. «Speravamo che per la Toscana la fase dall’arancio al giallo durasse poco, come è stato per la Lombardia – spiega Pardini -. Non è andata così: credo che anche senza troppi motivi siano stati usati criteri di giudizio diversi. Ho preferito rimanere chiuso – continua – perché lavorare con tante limitazioni non è possibile, ed è impossibile anche mantenere il rispetto delle regole. Diciamo ai clienti di non entrare oltre il numero consentito di persone nel mio locale, ma non posso fare il vigilante: non voglio avere problemi o litigare con i clienti. E di solo asporto non si può vivere: c’è anche il problema che io ho degli ombrelloni all’esterno. Come posso impedire alle persone di stare lì a consumare? Meglio aspettare la zona gialla, tanto il danno è fatto. Ho dovuto ridurre il personale: dall’estate, non ho più assunto. Siamo rimasti in sei, il numero minimo».
Gino Cervelli, titolare del bar Cupido in piazza Curtatone, invece è aperto, lavora con la modalità dell’asporto in primo luogo per mantenere un contatto con i clienti più affezionati, per continuare a dare loro un servizio. «Spero che si possa passare quanto prima alla zona gialla – dice Cervelli -, in modo che le persone possano consumare sedute comodamente. Mi sono meravigliato, pensavo che almeno la Toscana andasse di pari passo con la Lombardia. Le attività stanno soffrendo troppo: io rimango aperto anche perché temo che dopo tutto questo tempo chiusa in casa la gente perda l’abitudine al caffè al bar, alla colazione fuori. Questa situazione potrebbe portare tante attività a non riaprire più. Io l’avrei gestita diversamente questa situazione. Se fossi stato io il presidente del consiglio, avrei riunito tutti gli stati dell’Unione Europea invitandoli ad avere lo stesso comportamento nella gestione delle attività commerciali. Invece ogni stato decide a modo suo».
Non ultimo Ferruccio Pera, titolare del ristorante Gosto e Mea in Borgo Giannotti. «Va malissimo – dice sconsolato -. Di questo passo non faremo neanche il pranzo di Natale al ristorante. A cose normali non è che influenzasse molto il fatturato, diciamo il 25 per cento. Ma con l’asporto, anche per Natale non si andrà oltre il 10: di questi tempi però un 15 per cento in più avrebbe fatto comodo». Pera è rimasto da solo con il cuoco a lavorare nel suo esercizio. «Con tante persone in smart working -aggiunge - c’è più tempo per cucinare a casa. E comunque, la gente va al ristorante non solo per mangiare qualcosa di diverso ma anche per stare insieme. Finché non torneremo alla normalità sarà molto difficile». —
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