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Algoritmi e sicurezza cibernetica Così Imt studia il nostro futuro
Il professor Rocco De Nicola: «Riusciamo a capire dove stanno le novità prima degli altri»
il colloquio/2
Rocco De Nicola è titolare di un piccolo record: «Sono il primo professore in forza alla scuola come docente fisso e non comandato, fin dal luglio 2011.E inoltre avevo già cominciato a collaborare con la scuola da tre o quattro anni prima ».
De Nicola è coordinatore del dottorato in System science, un campo che si trova all’incrocio di molte discipline e che guarda alle frontiere più avanzate della tecnologia. Che possono cambiare anche nel giro di pochi anni.
C’è, ad esempio, la questione del cosiddetto machine learning: algoritmi che consentano ai sistemi di intelligenza artificiale di imparare in maniera automatica. «Abbiamo appena conclusa una selezione per un posto in questa disciplina, che nel 2011 era molto fuori moda mentre venti anni prima se ne parlava tantissimo. Poi si è capito che con la potenza di calcolo che si aveva a disposizione si potevano sfruttare conoscenze di anni prima per influire sulla realtà».
L’altro settore in prepotente sviluppo - e nel quale Imt è fra gli attori principali - è la cybersecurity. «Non me ne occupano nemmeno io quando sono venuto a lavorare a Imt. Ma questo è uno dei vantaggi della nostra struttura: essendo piccola riesce a reagire, a intuire dov’è la novità e quali sono le cose fondamentali da sviluppare. E poi non c’è una divisione netta fra varie discipline, mentre in altre università ci sono ancora delle barriere.Ognuno si mette al servizio degli altri, capacità di dialogare e di capire cosa serve. I nostri non informatici non debbono aver paura dei calcolatori. E gli informatici devono dialogare con gli altri».
Ma qual è il lavoro di chi, in Imt, opera nella sicurezza dei sistemi informatici? «Innanzitutto - spiega De Nicola - lavoriamo sulle verifiche formali per capire se i protocolli non sono attaccabili. Come tutti i programmi possono contenere errori, dobbiamo dimostrare che il programma non può essere violato».
Poi ci sono i “cyber range”: «È una sorta di poligono di tiro per addestramento. Sviluppiamo linguaggi per simulare reti aziendali. E poi, l’ dentro, giochiamo a guardie e ladri per capire le debolezze. Se scopriamo vulnerabilità lo riferiamo alle aziende e proviamo a farlo per davvero».
Complessivamente in Italia, spiega il professore, «non siamo messi male in quanto a sicurezza informatica. Il Dis (Dipartimento informazioni per la sicurezza, struttura di coordinamento dei servizi segreti, ndr) sta facendo un ottimo lavoro. Il numero di aziende attaccate cresce sempre e di pari passo deve crescere la consapevolezza. Il rischio vero consiste nelle piccole e grandi aziende. E il settore più attaccato è quello bancario».
Infine, qualche parola sui ragazzi: «Dobbiamo insegnare a loro il nostro “linguaggio”. Per questo abbiamo alzato la durata del corso a quattro anni. Dobbiamo anche considerare che ci sono persone che vengono dall’estero, con formazioni completamente diverse: ragazzi che alcune cose proprio non le studiano». —
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