Il Tirreno

Lucca

il progetto contestato 

Cartiere e ambiente temono gli effetti di una centralina elettrica sul Pescia

L.S.
Cartiere e ambiente temono gli effetti di una centralina elettrica sul Pescia

Il piano prevede il prelievo dell’acqua a monte delle aziende e il suo rilascio dopo un percorso sotterraneo di 4 chilometri 

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villa basilica

Anche se lo chiamiamo fiume in realtà è di fatto un torrente. In autunno e in primavera (ma non sempre, per esempio non negli ultimi anni) con una discreta portata d’acqua ma, nel resto dell’anno, ridotto a poco più di un rigagnolo. Ma il Pescia di Collodi (perché è questo il “fiume” di cui parliamo) rischia di scomparire – o quasi – per un tratto di poco meno di quattro chilometri, u n terzo della sua lunghezza. Tanto misura, infatti, la condotta per alimentare una centralina elettrica prevista in località Romanella, e destinata a sollevare più di una polemica. Non solo per l’aspetto paesaggistico e ambientale, ma anche sotto il profilo economico, anche se il progetto pare rispettare tutti i parametri di legge.

Quello che non viene rispettato però, questo il timore del mondo produttivo locale, è il principio del buonsenso. La centralina, infatti, priverebbe il settore industriale locale, quello cartario, di una risorsa importante quanto l’ossigeno. L’acqua appunto. Il progetto presentato dalla Irma Energy, infatti, prevede di utilizzare l’acqua del torrente per alimentare una centralina, in grado di produrre, secondo i calcoli, 3.400 megawatt annui. Per farlo l’acqua verrebbe prelevata, e, passando da una condotta sotterranea lunga quasi 4mila metri, arriverebbe alla centrale idroelettrica che sbrutterebbe un balzo di un centinaio di metri. Ma, l’aspetto allarmante, è che tra il punto di prelievo, in località Buoso, e quello di reimmissione nell’alveo, alla Romanella appunto, tra Villa Basilica e Collodi, si trovano le cartiere sorte nel corso del tempo (che in questo caso si misura in secoli) proprio per la presenza del torrente. Qui si rende opportuno un salto all’indietro nel tempo dal XXI al XVI secolo, a quando risale la nascita dell’industria cartaria lungo i due torrenti principali della zona, il Pescia di Pescia a Est e, a Ovest, il Pescia di Collodi, tra quelle che oggi sono le province di Pistoia e Lucca. Un’industria nata proprio per le caratteristiche fisiche del territorio: da un lato la valle che permetteva di sfruttare i venti per l’asciugatura della carta, dall’altra il fiume, che non forniva solo l’energia per alimentare le apparecchiature delle aziende, ma anche, appunto, l’acqua. Indispensabile nel processo di produzione della carta. E quella di questi torrenti era (ed è) un’acqua perfetta allo scopo anche per le sue caratteristiche chimiche. Sintetizzando è un’acqua povera di calcio e simili, e questo permette da un lato di ottenere una carta migliore, e dall’altro anche di tutelare (ieri come oggi) le apparecchiature per la lavorazione dai danni provocati da quelle sostanze. Insomma, si tratta di un patrimonio che, oltre che economico, è anche culturale e storico. Del resto le stesse considerazioni sono contenute nel rapporto di classificazione del territorio fatto da Arpat nel 2005, in cui di fatto si sottolineava l’importanza di tutelare quei corsi d’acqua nel loro deflusso. Ma tornando all’oggi, e a voler essere un po’ meno romantici, quel corso d’acqua serve a far funzionare l’attività delle cartiere, che si può declinare anche in una cifra: 800. Un numero, ma che descrive persone, famiglie: tanti sono i posti di lavoro legati a quelle cartiere. Solo che, come detto , le cartiere per la loro attività hanno bisogno dell’acqua che prelevano e che reimmettono dopo la depurazione. Cartiere che negli ultimi anni, viste anche le mutate condizioni meteo, hanno già dovuto fare i conti con una disponibilità di acqua sempre più ridotta. Ma il sistema finora ha retto relativamente bene e le cartiere hanno potuto disporre, nei limiti del disponibile, delle acque del torrente. Ma cosa succederà con la riduzione del flusso (stimato in circa il 60% dell’attuale) provocata dalla centralina? Questo l’allarme del settore, che già adesso ha cercato soluzioni alternative, come la ricerca di acqua attraverso i pozzi (in alcuni casi con scavi arrivati a centinaia di metri di profondità), ma che presentano comunque grossi limiti rispetto ai tradizionali prelievi autorizzati. E il tutto per cercare di “restare vivi”, di continuare a produrre. Perché pensare di espandersi, una volta ridotta la portata del torrente, diventerà un’utopia.

E questo solo per restare alla prosaica questione economica di un settore come quello cartario locale che produce un valore di circa 260milioni di euro, a fronte dei 335mila stimati di redditività della centralina). Ma quale potrebbe essere l’impatto ambientale? Al di là dei pareri positivi ricevuti dal progetto in questo senso, solo il tempo permetterà di esprimere un giudizio preciso. –





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