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L’investigatore lucchese abbandona il caso Logli - Ragusa: «Troppo clamore mediatico»
Davide Cannella, titolare dell’agenzia Falco, ha rinunciato all’incarico «Dagli atti del processo nessun margine per una revisione»
l’intervista
L’investigatore privato chiamato a dare un contributo nella ricerca di elementi nuovi per chiedere la revisione del processo per Antonio Logli lascia l’incarico.
«Non ho trovato spiragli da seguire» spiega al Tirreno Davide Cannella, professionista con studio a Lucca dopo aver annunciato in una breve nota l’addio al caso Logli: «Dopo attenta lettura degli atti del procedimento penale numero a carico del signor Antonio Logli, riguardante la sparizione della moglie Roberta Ragusa, conclusosi con la condanna dell’imputato, ho deciso irrevocabilmente, di rinunciare all’incarico a me affidato, ma non ancora “formalmente” perfezionato, di espletare indagini per un’eventuale revisione processuale, in quanto non ritengo a parer mio, vi siano margini operativi tali da poter concretizzare tale ipotesi di istanza revisionale».
Cinque righe per siglare la fine di un rapporto avviato nelle scorse settimane, ma mai sbocciato con frutti professionali.
Che è successo, Cannella?
«In questi giorni ho letto e visto situazioni a cui non sono abituato. Matrimoni (Sara Calzolaio e Antonio Logli), miss (Alessia, la figlia ospite da Barbara D’Urso). Non è mia abitudine lavorare così. Io sono per il lavoro con tranquillità massima e il silenzio».
Troppo clamore?
«Esatto».
Ma nel merito cosa pensa del caso giudiziario?
«Ho studiato gli atti con pazienza certosina e ho colto alcune note stridenti».
Quali?
«Diciamo che Logli ha fatto molti errori all’inizio. Ad esempio non ha preso un investigatore privato per cercare fin da subito la moglie scomparsa».
Quindi lei lo ritiene colpevole?
«Non dico questo. Non c’entra niente la mia rinuncia all’incarico con l’idea di Logli colpevole (20 anni per l’omicidio della moglie, ndr). La strada è molto in salita. Ci sono stati errori madornali all’inizio che mal si conciliano con la scomparsa della moglie. Questo non vuole dire che Logli l’abbia uccisa. Il mio abbandono non vuole indicare questa ipotesi. L’addio è motivato da fattori diversi. Troppi riflettori, troppo clamore».
Quindi per lei non ci sono margini per riaprire il caso?
«Non credo. Leggendo gli atti uno cerca tra le pieghe delle carte un eventuale spiraglio. E allora si insinua in quel dettaglio e poi vede se lo spiraglio porta a qualcosa. In questo caso ho trovato tanto buio un po’ da tutte le parti».
Per clamore intende le apparizioni tv delle donne di casa Logli?
«Sta venendo fuori di tutto e di più. Di sicuro è materia di interesse giornalistico. Ma dal punto di vista professionale significa farmi muovere con una certa difficoltà. L’eccesso di clamore non giova. Bisogna lavorare con molto calma. E qui la calma non c’è».
Un’esposizione mediatica esplosa già dopo la condanna confermata in appello.
«Non la condivido. Sono tanti i movimenti tardivi in questa storia. Lo ripeto. Non voglio dire che Logli è colpevole. Non ho questo elemento. Affermo solo che leggendo gli atti non mi trovo nella condizione di trovare lo spiraglio in cui speravo di imbattermi al primo colpo. Sto seguendo un altro caso di rilievo nazionale. Quello dell’omicidio di Elena Ceste. Assisto il marito Michele Buoninconti. La storia è simile a quella della Ragusa con l’unica differenza che là il corpo è stato trovato, ma il medico legale non ha saputo spiegare la causa della morte». —
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