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Leila Farnocchia e il triste destino di donna e vittima della furia nazista

lucca; barbara antoni
Leila Farnocchia e il triste destino di donna e vittima della furia nazista

Simonetta Simonetti ha ricostruito dagli atti del processo la storia di una giovane donna della Lucchesia nel ’44

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lucca

È una storia mai raccontata, anche se chi distrugge nel peggiore dei modi la giovane vita di Leila Farnocchia - la ferocia nazista - è protagonista di molti altri racconti dello stesso periodo.

È il 22 agosto del 1944: Leila ha 31 anni e con la madre, che ha riportato gravi ferite per una bomba, è sfollata a Pontemazzori; la loro casa invece è a Camaiore. Quella mattina la giovane donna saluta la madre per dirigersi al comando a ritirare la sua nuova carta di identità. È caldo, indossa una gonna pantalone.

Per strada la sua attenzione viene attratta da alcuni manifesti cinematografici; Leila si sofferma a guardarli. Forse è incuriosita dal volto di un attore o di un’attrice famosa, forse sogna a occhi aperti quando viene travolta da una furia di calci, pugni da ogni parte, sputi, quanto di peggio si possa immaginare. Sono alcuni soldati tedeschi che l’hanno notata a infierire su di lei. Così. Perché è una donna, perché guarda i manifesti del cinema, perché indossa una gonna pantalone.

Dura tre giorni il calvario della giovane donna. Fino a quando, dopo essere stata picchiata a sangue per l’ennesima volta, viene fucilata a Nozzano, dove era stata portata.Perché è una che parlava ai tedeschi, è la giustificazione ufficiale resa dai nazisti al processo.

La storia di Leila Farnocchia, che pochissimi conoscono anche nel suo logo nativo, Camaiore, è ricostruita nell’ultima fatica narrativa di Simonetta Simonetti, autrice e storica lucchese (oltre che presidente dell’Associazione Toscana Volontari della Libertà), un libro dal titolo “In quel tempo bastava molto meno” - (Tralerighe editore).

La vicenda della povera Leila, di cui Simonetta Simonetti lesse alcune carte alcuni anni fa, quando collaborava con l’istituto storico della Resistenza di Lucca, l’ha come rapita: perché il suo triste destino, la sua giovane vita spezzata sono lo specchio di una commistione micidiale dei pregiudizi dell’epoca sulle donne, del ruolo a cui erano relegate e la guerra, con la crudeltà, che è sempre la corda principale di ogni conflitto.

La ricostruzione operata dalla scrittrice si basa sulle carte contenute nei faldoni del processo che fu celebrato dopo la morte di Leila, anche se, per una parte «ho dovuto romanzare la vicenda -spiega la Simonetti.

«La storia raccontata in questo libro - continua -contiene tre elementi inaccettabili. La prima è che c’è una madre che sopravvive alla figlia. La seconda sono le due ragazze che collaborarono con i tedeschi per incastrare Leila.Una delle due, a diciassette anni, era costretta a prostituirsi per vivere. E forse le menzogne dette su Leila nascevano anche dal fatto che quest’ultima era abbastanza benestante, non certo la più giovane. Ho scelto comunque - aggiunge Simonetti - di non riportare il nome per esteso delle due donne, per il rispetto alle loro famiglie. Erano vittime anche loro stesse della povertà in cui vivevano».

«Il terzo aspetto poi - completa l’elencazione - è che la guerra stravolge tutto: azzera i rapporti sociali, come del resto le differenze. In guerra si diventa vigliacchi».

Tra le righe della ricostruzione storica, la denuncia sulla condizione femminile dell’epoca esce fuori con forza. L’abbigliamento di Leila al momento della cattura diventa un elemento di accusa al processo, come il fatto che stesse guardando con interesse i manifesti cinematografico. Dall’altra parte, la condizione disperata delle sue due delatrici, costrette a vendersi pur di vivere.

«Al processo poi -aggiunge la scrittrice Simonetta Simonetti - la mamma di Leila testimoniò addirittura il falso per scagionare la figlia dall’accusa di collaborare con i partigiani: dichiarò che amoreggiava con un giovane tedesco, col quale si scriveva». Non era assolutamente vero, era un tentativo di riabilitare la figlia, seppure sapesse che era estranea a qualsiasi colpa.

«Quella della madre è una figura molto fragile -conclude Simonetti -. Fu informata della morte della figlia il giorno dopo che la ragazza fu fucilata. Mi metto nei panni di questa madre». —

barbara antoni

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di Redazione web