Toscana
«Risalire non sarà facile ma non ci arrenderemo»
A Montaltissimo, nella fattoria di Graziano Tardelli, uno degli allevatori lucchesi colpiti dalla decisione dell’Arborea di non rifornirsi più nella nostra provincia
Molazzana
«No, non ci sto a piangermi addosso e ad arrendermi, non è questo il messaggio che voglio lanciare. È vero, siamo in una situazione critica, so benissimo che una soluzione non sarà facile, dobbiamo trovarla»: Graziano Tardelli e uno dei tanti allevatori “tagliati” dalla proprietà della San Ginese, quell’Arborea che, dopo aver rilevato il marchio, ha deciso di non acquistare più il latte nella nostra provincia, dove si trova la località che dà il nome stesso al latte che vendono.
Un capitolo che si è chiuso appena pochi giorni fa, il 12 settembre, data a partire dalla quale è cessato il ritiro del latte dai produttori lucchesi. Quasi tutte imprese familiari, ma non per questo necessariamente piccole, molte delle quali hanno investito tutto in quel prodotto che, adesso, non ha più il suo acquirente. Ecco, quello che volevamo era raccontare lo stato d’animo di chi si trova a vivere questa situazione, e fra loro uno dei produttori più importanti è proprio Tardelli. Ma se ci aspettavamo di trovare davanti a noi una persona ormai rassegnata e disposta solo a lamentarsi, bah, ci sbagliavamo di grosso. Del resto non può essere quello il carattere di chi vive e lavora in montagna, un ambiente che è si bellissimo, ma che richiede anche una gran tenacia. Del resto già il nome della località dove si trova la fattoria di Tardelli è significativo: Montaltissimo, frazione di Molazzana. Quassù si trova la stalla con le 28 mucche che fino a una settimana fa producevano il latte per la San Ginese. «Un lavoro duro – racconta l’allevatore – ognuna di loro deve essere munta 2 volte al giorno per 365 giorni all’anno, eppure non cambierei questo lavoro e questi posti con niente altro». Mucche di razza “bruna” («una delle specie caratteristiche della zona») molto docili, per niente impaurite dall’uomo, anzi è evidente l’affetto che le stesse provano per le persone: «Le nutriamo con il fieno e con l’erba della nostra valle, niente di chimico o simile, e questo si sente nel latte».
Come per ogni contadino c’è una sorta di rispetto reciproco tra uomo e animale, eppure, tanto per far capire lo stato d’animo di queste persone, nel momento in cui è emersa la volontà della San Ginese di non comprare più il latte, la rabbia ha fatto anche fare uscite drastiche: «Sì – riprende l’allevatore – io sono stato uno di quelli che ha detto “ora basta, carichiamo gli animali e li portiamo al macello”. Ma è ovvio che non mi sognerei mai di fare una cosa del genere, sarebbe come uccidere una parte di me. Ma certo, quando il 12 di agosto ti chiamano e ti dicono che tra un mese smetteranno di acquistare il tuo latte, beh, ti trovi spiazzato. Ci siamo trovati a dover cercare una soluzione alternativa, in pochi giorni, in piena estate, e dopo una pandemia». Una soluzione è stata trovata, ma temporanea, attraverso la l’associazione produttori Granducato.
Ma adesso bisogna cercare di trovare una nuova strada: «Il problema vero non è cercare di trovare un colpevole – continua Tardelli – non serve a nulla, il problema è trovare il modo di ripartire. Anche perché l’alternativa è una sola, chiudere. Ma chiudere non significa solo mettere in crisi le famiglie che da qui ricavano il loro sostentamento, vuol dire anche creare un danno al territorio. La montagna ha bisogno di essere curata, e per questo ha bisogno della presenza dell’uomo, ma se non ci vengono date le condizioni per restarvi, poi non serve a niente riempirsi la bocca con il “rilancio della montagna”. La montagna muore. Quando per esempio si parla di economia green si parla di territorio e di tante belle idee, ma non si parla mai di persone. Beh, sono le persone che mantengono il territorio, siamo noi».
Ma cosa fare? «Di certo non arrendersi – conclude Tardelli – è come quando sei in fondo al mare, o cerchi di fare qualcosa per risalire o affoghi. Ecco, noi non vogliamo affogare. Vogliamo risalire in qualche modo, ma non abbiamo la forza di farlo da soli, abbiamo anche bisogno delle istituzioni». Ripartire, magari (è un’idea tra tante) creando un nuovo circuito di distribuzione. Ma è chiaro che è un compito difficile, ma è anche una buona occasione, per chi ha le leve del potere, per dimostrare che “stare vicini alle persone” non è solo un facile slogan. —
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