Il Tirreno

Lucca

Tre amici e la crisi nel nuovo libro di Angelo Mellone

Il volume del giornalista sarà presentato domani a “Libri di Carta” al Real Collegio 

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il libro

Esistono i legami del cuore, e quelli dell’obbligo. I legami del cuore solitamente sono molto più sottili, e legano le persone ai luoghi e alle loro fragilità come in piccole, eterne, trappole. È questo quello che racconta con talento e straordinaria forza Angelo Mellone - tarantino classe 1973, giornalista e scrittore, nonché dirigente di Rai1 – che domenica sarà a Libri di Carta al real Collegio per presentare con Angelo Pannocchia il suo ultimo romanzo pubblicato da Mondadori “Fino alla Fine” (alle 15, Sala Leopardi). La storia è ambientata a Taranto, e racconta le vicessitudini di tre amici. Loro sono Dindo, Claudio e Valeria (già protagonisti del romanzo “Nessuna croce manca”, pubblicato da Mellone con Baldini+Castoldi nel 2015) e adesso hanno cinquant’anni. Si incontrano al funerale di un amico, e si trovano a fare i conti – loro malgrado - con un tempo di crisi economica, sentimentale e culturale. Tutto è precario, ma denso. Tutto si risolve, ma non come uno pensa.

«Nel romanzo – spiega Mellone - ci sono tre piani di lettura. La grande storia che racconta di un conflitto di amicizia che si svolge all’ombra delle ciminiere del più grande stabilimento siderurgico d’Europa, il Siderurgico di Taranto, come tutti i tarantini lo chiamano. Il tema della catastrofe, che inserisco nel sottotitolo del romanzo, non è legato solo al macro tema del siderurgico della fabbrica ma anche alla catastrofe dei sentimenti».

La storia è ambientata in un futuro molto prossimo, nel 2022, fra Roma e Taranto. Perché ha scelto di scrivere proprio di Taranto?

«Perché la conosco, ma anche perché è una città strana, è come due serpenti che si mordono la coda scambiandosi possesso e veleno. Era la Milano del Sud, l’unica città industrializzata del Mezzogiorno. Ospitava migliaia di operai ed è tuttora la città con le acciaierie più grandi al mondo. Secondo me Taranto, oggi, è uno dei luoghi migliori in cui raccontare l’Italia».

Della sua città, anche nelle precedenti opere, si è occupato spesso…

«Nei suoi confronti provo l’odio-amore dell’emigrato. Taranto è la mia piccola patria. La amo follemente ma come tutti gli amori folli ha una componente di malattia. Negli ultimi dieci anni sto facendo un esercizio, ovvero sto cercando di riconnettermi alla Taranto reale. Perché quando parti e poi torni la vivi nei periodi d’estate, Natale, Pasqua. Ne vivi le spiagge, le strade affollate. Ma non è quella la città e non è la realtà. Per mestiere e per passione mi ci sono applicato e ho cercato di riconoscerla in maniera diversa. Taranto è un posto di enorme bellezza ma anche di noia, come tutte le città di provincia».

Eppure nel suo libro, che si scopre più attuale di quanto fosse possibile sospettare all’uscita, c’è un messaggio molto specifico.

«Penso che sia necessario stare attenti all’apocalisse ambientalista. Quando l’ambientalismo diventa ideologia dell’odio, che ti porta a rifiutare il tuo passato, va preso con le pinze perché diventa furore. Ed è proprio il furore ambientalista il punto di innesco del conflitto di due dei protagonisti del mio romanzo». —



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