Gioco
Lo sguardo sereno davanti ai nazisti di Don Aldo Mei, il martire della nostra città
La ricostruzione degli ultimi giorni di vita del religioso: a condannarlo una “soffiata” che lo accusava di nascondere ebrei e aiutare i partigiani
la storia
simonetta simonetti*
Agosto 1944, la nostra città si trovò a vivere la ferocia nazista e l’oltraggio verso l’umanità che aumentò a dismisura in quella tragica estate dove furono compiuti eccidi e vessazioni di ogni genere sulla popolazione inerme. «Sono gli ultimi giorni di un periodo di ansia e di paura», ebbe a scrivere Italico Baccelli in un suo intervento commemorativo al quale aggiunse; «Ma i lucchesi non sono domi e l’invasore non ha il cammino facile sulla sua strada; egli è consapevole dell’ostilità che lo circonda ed ha paura».
E la paura diventa ferocia, il nemico deve punire fortemente questo popolo “traditore” e iniziano così i rastrellamenti, le rappresaglie, l’accanimento verso chiunque si trovi su suo cammino. Fermano uomini, ragazzi, sacerdoti ritenuti colpevoli di connivenza con i partigiani, si affiancano a loro le spie, i delatori, squallidi individui che hanno venduto le loro anime per un’illusoria protezione. Alla Pia Casa di Beneficenza in via S. Chiara si sentono i rumori della guerra, lo sferragliare dei carri armati, il passo cadenzato e l’asprezza delle voci che risuonano nella stretta via minacciosi. Nelle parrocchie cittadine e in quelle delle zone rurali i parroci erano gli unici consolatori dello sgomento che aveva invaso la gente.
La chiesa, piccola, grande, fastosa accoglieva tutti senza distinzione, credenti e non avrebbero trovato tra quelle mura un’isola di pace. Nel piccolo paese di Fiano il parroco era un giovane prete nato a Ruota che aveva scelto di esercitare il suo ministero in nome della carità e dell’amore verso il prossimo. Chiunque per Don Aldo Mei era il prossimo e , nonostante i timori di chi lo consigliava a fare “solo il prete” lui non ebbe alcuna indecisione ad accogliere le richieste di chi si rivolgeva a lui per bisogno. Bisogno materiale, di cibo, di riparo ma anche bisogno di sentirsi ancora un essere umano capace di amare e di essere amato.
Ma questa sua estrema disponibilità all’accoglienza gli fu fatale. Doveva essere punito. Una spiata, la cui identità è tuttora controversa, portò i nazisti a profanare il paese, la chiesa, a rastrellare tutti quelli che si erano stretti accanto al loro parroco . Ma non solo questo bastò a frenare la ferocia nazista, ci fu la derisione, lo scherno, l’offesa verso quella veste sacra e verso quello sguardo così sereno che aumentò la loro rabbia. Trascinato insieme ad un certo numero di paesani, Don Aldo fu rinchiuso in una stanzetta buia all’interno della Pia Casa. Era il due di agosto 1944.
Per due giorni e due notti Don Aldo rimase solo con se stesso, in preghiera e sempre sorridendo ai suoi carnefici che non gli risparmiarono vessazioni, ingiurie, percosse. Una figura di donna gli stette vicino, una suora Vincenziana della Carità, auor Margherita la cui storia è in corso di stampa. Don Aldo era stato accusato di aver dato rifugio a un giovane ebreo Adolfo Cremisi, di aver somministrato i sacramenti ai partigiani, di tener nascosta una radio trasmittente, regalo di un conoscente. Tre capi di imputazione passibili di pena di morte, e così fu.
La sera del 4 agosto verso le 22, ma anche questo orario ha diverse conferme, in Vva Elisa un triste corteo si diresse verso il prato antistante la Porta. Un’esile figura, un po’ curva che procedeva a fatica tra i soldati tedeschi e alcuni repubblichini. Certamente dietro le finestre o da poggio delle Mura qualcuno vide, qualcuno sentì le raffiche di mitra e il nero della morte scese sulla città.
Ferdinando Martini, dalla sua abitazione sentì quei suoni agghiaccianti e rivolto ai figli disse: «Ecco, non ce l’abbiamo fatta». La storia di questa triste vicenda nei suoi particolari è in corso di stampa e verrà resa nota alla città entro la fine di quest’anno. Per noi lucchesi quel luogo di martirio è una perenne testimonianza e un monito costante a rifiutare la guerra e il conflitto.
Pastore buono rimane nel ricordo di chi lo ha conosciuto, generoso, giusto e obbediente ai valori della sua missione terrena: aiutare chi chiedeva aiuto. Così lo ricorda Giovanni Lenzi, piccolo chierichetto che seguiva don Aldo nelle funzioni religiose e da lui aveva imparato il Catechismo e l’amore per il prossimo e ancora, dopo tanto tempo, si chiede: come si può morire per troppo amore? La furia nazista di quel caldo agosto del 1944 si portò via tante vite e tante storie, l’unica consolazione in quelle tragiche ore che preludevano alla morte furono di una giovane suora delle Barbantine, suor Margherita che incurante del pericolo riusciva a fare brevi visite a Don Aldo fino a quella sera del 4 di agosto quando, troppo tardi, corse alla Pia Casa. —
* Presidente
Associazione toscana
volontari della libertà
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