Il Tirreno

Lucca

lettera / 1

I bambini si fidano di me e io non temo la verità

Marco Dianda
Marco Dianda fotografato a Lucca (foto di Ilaria Genovesi)
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Marco Dianda fotografato a Lucca (foto di Ilaria Genovesi)

L'educatore lucchese parla a cuore aperto. «Ho vinto le mie insicurezze, mi hanno chiamato “finocchio”, ma reagisco: servono empatia e resilienza»

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La testimonianza

Pubblichiamo la riflessione, scritta in esclusiva per Il Tirreno, di Marco Dianda, lucchese, stimatissimo educatore di asilo nido, la cui storia, negli ultimi giorni, è stata al centro della cronaca locale e italiana. Marco è stato apostrofato con una frase omofoba - “è bravo, ma finocchio” - dalla mamma di uno dei piccoli del nido “Primo Volo” di Altopascio in cui lavora da quattro anni. È stato lo stesso Marco a rendere pubblica l’offesa, in uno sfogo sul suo profilo Facebook. E subito è scattata nei suoi confronti una gigantesca ondata di solidarietà e affetto. Diciamo grazie a Marco per aver regalato al nostro giornale e ai nostri lettori le sue parole e i suoi pensieri.

Marco Dianda

Per un “Marco Dianda qualunque”, nato e cresciuto nella campagna lucchese, non è così facile gestire questa ondata di interesse mediatico.

Per anni ho combattuto con grandi insicurezze che mi hanno consentito di costruire un carattere resiliente ed estremamente empatico, quindi come avrei potuto incassare un «è un bravo educatore ma i finocchi non devono lavorare con i bimbi» senza replicare?

E così mi sono lasciato andare ad uno sfogo su Facebook che mai avrei creduto tanto coinvolgente.

Da piccolo avevo grandi problemi comunicativi e di scrittura, le parole erano un portale tra ciò che nascondevo dentro e ciò poteva essere passibile di critiche e di offese fuori. Oggi invece non ho paura della verità, non ho paura di sovresporre la mia persona per il bene comune e come rivincita eccomi qua a scrivere su un quotidiano, buffa la vita, vero?

Le mie difficoltà d’infanzia sono state un terreno fertile per il percorso di studi che ho intrapreso e per il lavoro che ho tanto desiderato di fare.

Per sostenere la crescita dei bambini e delle bambine, per permettere loro di esprimere i bisogni che hanno, costruire la loro personalità e sperimentare le competenze e le autonomie che conquistano, c’è bisogno di uno sguardo depurato dal giudizio, da un’osservazione fatta alla loro altezza che permetta a noi adulti di entrare dentro il loro complesso e affascinante mondo. Un mondo che non va inquinato con parole d’odio e di disprezzo, perché in un futuro potrebbero far parte anche della loro grammatica.

In questi quattro anni passati al nido d’infanzia “Primo Volo” di Spianate, ho voluto dimostrare che i lavori di cura non sono e non devono essere a carico solo dell’universo femminile, che per stare accanto ai più piccoli non c’è bisogno di dichiarare il proprio orientamento sessuale, loro sanno sempre di chi si possono fidare; di me si sono fidati.

Vogliamo ancora, nel 2020, associare il rischio di pedofilia all’universo Lgbt+? Io credo che la popolazione italiana sia sufficientemente matura per superare questo triste capitolo di storia.

Tra i tanti messaggi d’affetto che ho ricevuto ci sono state domande del tipo «ma veramente lasci il tuo amato lavoro per un’offesa?», la risposta è un NO scritto a caratteri cubitali.

Io mi sono preso un anno di aspettativa perché non tollero più l’idea che - in seguito ad una laurea, a un master e a una continua formazione – il mio lavoro venga retribuito miserevolmente senza prendere in considerazione le continue richieste che ci vengono fatte e le ore che passiamo gratuitamente a casa a progettare e confrontarci perché il tempo pagato che abbiamo a disposizione non è sufficiente.

Vorrei che i servizi educativi non fossero più a domanda a carattere individuale: l’educazione di qualità deve essere un diritto accessibile per tutte le bambine e i bambini ma non può esservi riconoscimento se l’educazione rimane invisibile ai più, ad iniziare dal legislatore nazionale. —


 

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