Gioco
Un fiume d’affetto per Marco dopo l’offesa omofoba: «Ma quella mamma non si è fatta viva»
Dianda, l’educatore di nido preso di mira, ha ricevuto una proposta per un nuovo lavoro a Roma. «Grazie, ma resto a Lucca»
LUCCA. Lui non vuole che dalla sua storia nasca una «caccia alle streghe» per individuare il genitore che lo ha offeso. Non perché non svolgesse al meglio il suo lavoro, ma per la sua omosessualità. «È un bravo educatore, peccato sia finocchio», ha commentato la mamma di uno dei bimbi della sua classe, pensando che quell’affermazione omofoba non oltrepassasse i confini del luogo in cui si trovavano, in quel momento.
Invece, Marco Dianda, 33 anni, di Lucca, lo ha saputo e ha scelto di non tacere. Ha deciso di non piegare la testa e fare finta che quella frase non fosse mai stata pronunciata. E, ora, vuole innescare, da qui, una battaglia per i diritti. Perché una voce si levi verso l’alto per denunciare – un po’ come già in parte ha fatto lui – i soprusi e, al tempo stesso, sottolineare l’importanza dei diritti. Quelli di tutti.
È il giorno dopo lo sfogo “social” di Marco che, in poco tempo, ha fatto il giro dello Stivale. Lui, tutto questo clamore, proprio non se lo aspettava così come l’ondata di affetto arrivata da ogni parte. «Sono stato ricoperto da un grande calore, come se non bastassero i trenta gradi all’esterno – scherza il giovane educatore – Mi hanno chiamato e scritto in tantissimi: anche le famiglie dei “miei” bimbi, sia dell’anno educativo appena trascorso che di quelli passati. Soltanto la mamma che ha pronunciato la frase omofoba non si è fatto sentire: immagino sia sprofondato nella tomba della sua vergogna. Non potrebbe che essere così. Ci siamo incontrati diverse volte, durante i colloqui e questo genitore, perlomeno di fronte a me, non ha mai dato segnali di intolleranza. Avrei preferito, in ogni caso, me lo avesse detto guardandomi negli occhi. Non in questo modo vile». Così come – tiene a precisare Dianda – non è un atto di codardia quello di aver preso un anno di aspettativa per conseguire la laurea magistrale. «Le offese non c’entrano – sottolinea il giovane – è una decisione che ho preso per ragioni economiche. La situazione che siamo costretti a vivere noi educatori è molto complessa e resistere in queste condizioni è davvero difficile: rapporti numerici, tra educatori e bambini, inadeguati, nessun supporto psicologico e stipendi irrisori. Non si può risparmiare sull’educazione e queste condizioni di lavoro non sono più tollerabili. Per questo me ne vado. Non per le offese, perché amo il mio lavoro e non sono un codardo».
Intanto, la cooperativa sociale Gialla di Roma, che gestisce, tra gli altri, il nido d’infanzia “Primo volo” di Altopascio per cui ha lavorato Dianda negli ultimi quattro anni, ha fatto una proposta all’educatore lucchese. «Questa brutta storia ci è piombata addosso all’improvviso – spiega la direttrice generale della cooperativa, Laura Gambescia – Purtroppo non possiamo cambiare la mentalità delle persone. Ma, comunque, possiamo offrire una possibilità a Marco che, per la nostra cooperativa, è una risorsa importante. Se volesse venire a Roma, un posto disponibile nella Capitale c’è già, anche a partire da lunedì prossimo. Siamo disposti a pagargli l’alloggio e lo inseriremmo in un importante progetto di “outdoor education” che abbiamo avviato da poco. Siamo convinti che lui, sempre molto motivato, sarebbe la persona giusta».
Ma Dianda, perlomeno al momento, non se la sente di abbandonare la sua Lucca, le sue radici, la sua famiglia. «Ringrazio la cooperativa per questa bella possibilità – sottolinea – ma finché non sarà migliorata la posizione economica degli educatori preferisco proseguire gli studi e rafforzare la mia formazione».
«Per tutta la categoria, fino a quando non cambierà l’impostazione della gestione dei servizi dell’infanzia sarà dura andare avanti in questo modo – precisa l’educatore lucchese – Ma se le cose cambieranno, in futuro, se ci saranno più diritti e meno responsabilità, sono disponibile a tornare a fare questo lavoro che, per me, è il più bello del mondo».
Marco Dianda, ora, si gode l’affetto di tante persone, alcune anche sconosciute, che hanno letto la sua storia e hanno voluto esprimergli la loro solidarietà. Un segnale netto, insomma, di come l’odio alberghi soltanto nei cuori di pochi. Contro chi, secondo Marco Dianda, ogni giorno coltiva, tra mille ostacoli, la propria felicità. «Un sentimento che genera invidia – conclude – in quelle persone che non sono capaci di vedere le sfumature più belle della vita. Anche nelle difficoltà».
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