Il sacrificio di Sergio 25 anni dopo: morì per salvare i colleghi della cartiera. La madre: "Non dimenticatelo"
Il ricordo della tragedia in cui il giovane operaio cercò invano di salvare la vita al titolare e a suo figlio intrappolati in una botola in cui venivano trattati i fanghi per la lavorazione della carta da macero
CAPANNORI. «Quell’anno, in una sola famiglia, ci furono un matrimonio, un compleanno, una nascita. E una morte che, ancora, fa male. Quella famiglia è la nostra».
Sono le parole di una madre, Luisa, che, da un quarto di secolo, combatte con un dolore senza fine. Suo figlio, Sergio Rossi di Capannori, è morto il 28 giugno 1995 in quella cartiera, la San Tommaso di Pracando, sui monti sopra Villa Basilica, tra Lucca e Pescia.
Aveva soltanto 25 anni, Sergio, ed era felice. «Si era sposato nel marzo dello stesso anno – ricorda, commossa, la madre – e, da circa una settimana, aveva trovato lavoro nella cartiera dove, purtroppo, ha perso la vita. A breve, poi, avrebbe provato la gioia più grande di tutte: quella di diventare padre».
Ma, per Sergio, un futuro non c’è stato. Si è interrotto lì, alle 11, 30 del 28 giugno di 25 anni fa, in una botola in cui venivano trattati i fanghi per la lavorazione della carta da macero. Lì dentro, per primo, era sceso il titolare della San Tommaso, Roberto Perini, 49 anni, seguito da suo figlio Stefano, 22.
«Quando ha capito che erano in pericolo – prosegue Luisa Rossi – Sergio non ha pensato che a casa c’era sua moglie, incinta di nove mesi, che l’aspettava. Lui si è precipitato, voleva salvarli. D’altronde, era così: generoso, altruista. Pensava sempre agli altri e molto poco a se stesso. Ai nostri figli abbiamo insegnato ad aiutare gli altri, sempre. E, da venticinque anni, penso che se non fosse stato così altruista, mio figlio, oggi, sarebbe ancora vivo». E, invece, no. La botola si è trasformata in una camera a gas mortale dove sono morti tre uomini. E, con loro, l’esistenza di tante – troppe – persone non è stata più la stessa, schiacciata sotto il peso della sofferenza. «Siamo morti in tanti, in quella maledetta botola», racconta Luisa con il marito Ivan, gli altri due figli, Loris e Claudio, e la nipote Catiuscia che, il padre, non l’ha mai conosciuto, ma, in compenso, ha ricevuto dai nonni e dagli zii tanto amore.
E anche se si dice che il tempo lenisce tutte le ferite, Luisa, che è una madre e una nonna amorevole, sa che non è così. «Il dolore non se va e neppure si accetta – sottolinea – S’impara a conviverci, a mascherarlo in pubblico. Ma perdere un figlio, soprattutto in quel modo, dilania l’anima. No, non può passare, quel dolore».
E mentre la vita va avanti, tra ricordi e rimpianti, Luisa Rossi vuole fare un appello. «Tutte le volte che sento alla tv o leggo sul giornale che qualcuno è morto sul lavoro ho come una stretta al cuore – racconta – e la rabbia mi assale. Per questo faccio un appello perché vengano sempre rispettate le norme di sicurezza. E, inoltre, invito tutti i lavoratori a riflettere prima di compiere gesti avventati da cui, poi, non si torna più indietro. Perché, sia chiaro, nulla può restituire la vita, i sogni, i progetti. C’è soltanto il vuoto, dopo». Quel vuoto che Luisa e tutta la sua famiglia hanno provato, quando il telefono di casa squillò, quel 28 giugno del 1995. E una voce, all’altro capo della cornetta, annunciò che Sergio aveva avuto un terribile incidente sul lavoro.
Sono trascorsi venticinque anni, da quel giorno terribile, e la famiglia vuole ricordarlo. Non perché Sergio Rossi non sia sempre nei loro pensieri, ma perché le disposizioni per l’emergenza coronavirus rendono tutto più complicato. Anche una semplice messa a cui avrebbero partecipato moltissime persone.
Luisa, la madre di Sergio Rossi, vorrebbe poter tornare indietro nel tempo e cancellare quegli attimi che hanno cambiato, stravolto, l’esistenza di tanta gente. Ma non si può cancellare quel che è stato. Si può soltanto ricordare un giovane uomo, coraggioso e altruista a tal punto da non pensare a se stesso e da privarsi della gioia di diventare padre. E di vedere, anche soltanto una volta, quella figlia tanto desiderata, oggi giovane donna di venticinque anni, che, sicuramente, sarebbe stata il suo orgoglio più grande. –
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