La manifestazione
Occhi smarriti e abbracci per gli amici di Amedeo
Chiesa piena a Guamo e centinaia di persone ad ascoltare sul sagrato. Don Emanuele: «La morte di questo giovane è la vita che ci mette alla prova»
LUCCA. «Come si fa a non abbracciarsi?». A far aleggiare la domanda nell’aria tiepida di una mattina di giugno è una signora in lacrime, fuori dalla chiesa di Guamo dove è stato dato l’ultimo saluto ad Amedeo Favilla, il 17enne morto nell’incidente di lunedì scorso sulla via Pesciatina insieme all’amico coetaneo Samuele Leto e al motociclista Marco Lencioni. La risposta, direbbe Bob Dylan, soffia nel vento. E negli abbracci che cingono Lorenzo, il fratello maggiore di Amedeo.
La chiesa di Guamo, scelta perché paese di Federica, la mamma di Amedeo, può contenere 120 persone a causa delle restrizioni dei Covid. Poco dopo che don Emanuele Andreuccetti e don Emilio Citti hanno dato il via alla celebrazione non ne rimangono neanche uno. E fuori, di persone, ce n’è almeno il doppio.
Sono tanti, tantissimi, gli amici di Amedeo che sono arrivati fino a qua. E in gran parte sono anche amici di Samuele, che saluteranno dopo qualche ora, nel pomeriggio, a Segromigno.
Stanno seduti sui muretti, come avranno fatto centinaia di altre volte. Solo che stavolta hanno lo sguardo spaesato, davanti a un evento per loro troppo grande. Sono i compagni di scuola delle elementari di Gragnano, insieme a qualche loro ex maestra. Oppure quelli della medie di Camigliano, la scuola dove Amedeo e Samuele si erano conosciuti. Non mantengono la distanza di sicurezza al centimetro, né indossano alla perfezione la mascherina. Ma -in tutta onestà - non è certo questo il giorno in cui lo si può pretendere. Qualcuno tiene in mano un mazzo di girasoli, o di rose bianche, senza sapere bene cosa farci. Almeno fino a quando non arriva un dipendenti delle onoranze funebri della Misericordia per prenderli e portarli attorno alla bara, sotto all’altare.
Dentro, don Emanuele procede con la celebrazione. Le letture scelte, spiega, «parlano di vita e resurrezione. Spesso la vita e i suoi fatti ci provocano, ci mettono con le spalle al muro. Fatti terribili che mettono alla prova la nostra fede - continua il religioso -. La morte di Amedeo è proprio questo: è la vita che ci mette alla prova. La risposta che dobbiamo dare è che quando risorgeremo dai morti saremo come Angeli nel cielo. Il momento che viviamo è il roveto ardente, che ci brucia e ci punge dentro. È il momento in cui dio si rivela. Il suo cammino seppur breve non si ferma ma continua come angelo. La vita non finisce ma continua in maniera diversa e trasformata, come la vita del seme che gettato in terra non è più seme ma è una nuova pianta».
La funzione dura una quarantina di minuti. L’uscita della salma è straziante, con il padre Cesare e la madre che si sorreggono a vicenda. Una volta partito il carro funebre sul piazzale, circondato dagli amici, rimane il fratello, che ad Amedeo era legatissimo, in un sentimento ricambiato e speculare. Un sentimento che ora dovrà portare avanti da solo. —
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