Gioco
Smart working, servono regole per tutelare la vita delle donne
Le sindacaliste fanno presente che il lavoro agile, in questa emergenza sanitaria, è stato avviato senza tenere conto di aspetti molto importanti
lucca
Versioni di smart working semplificate e poco regolamentate, che andranno avanti per tutta l’emergenza: a patirne le conseguenze, soprattutto, saranno le donne. Il grido di protesta, alla vigilia del Primo maggio, arriva da Maria Rosaria Costabile e Patrizia Fistesmaire (Cgil provinciale e direttivo donne Cgil).
«Questo - dicono - non è il lavoro agile, un’opportunità che migliora l’organizzazione e l’autodeterminazione, perchè manca della consapevolezza delle forze sociali. Per molti risulta un dispositivo imposto, senza regole, nè strumenti, e soprattutto senza una reale dimensione di scelta. Secondo la legge 81/2017 il lavoro agile presupponeva una volontarietà, frutto di un accordo, dove solo alcuni compiti sarebbero stati svolti da remoto. I dati ci dicono che il ricorso allo smart working è cresciuto in maniera esponenziale, rappresentando un rischio che diventi “super lavoro” e dove smart stia per “ufficio sempre aperto. Ancora una volta, il prezzo più caro dell'emergenza pandemica lo hanno pagato e lo pagano le donne, che ogni giorno hanno raddoppiato l'esposizione al lavoro perché sono sempre connesse facendo fronte anche alle incombenze domestiche». La chiusura di scuole, asili e strutture per anziani «ha fatto aumentare il lavoro di cura, spingendo le lavoratrici a trovare nuovi equilibri tra l'esigenza di continuare a lavorare, condividendo gli spazi di casa, e l’aumento delle problematiche familiari. È aumentato il rischio di alienazione, provocato sia dall’isolamento che dal distanziamento sociale, fattori che hanno minato la motivazione e la realizzazione di sé, relegando la donna sempre più in casa».
«L’aumento delle donne vittime di violenza di genere in questi anni è cresciuto in modo esponenziale. Ma in questo periodo per alcune donne le case sono diventate prigioni e luoghi di segregazione. Stare barricate significa vivere a fianco con il carnefice ed essere costrette a esporre anche i figli a quotidianità agghiaccianti - continuano -. Il primo allarme è stato dato dal numero antiviolenza 1522 che ha registrato nelle prime due settimane di marzo un crollo del 55% delle richieste di aiuto. Nemmeno la fase 2, la ripartenza, tiene conto delle necessità delle madri che dovranno rientrare sul luogo di lavoro e dei più fragili: bambini e bambine e anziani. Con le scuole ancora chiuse, la soluzione non è il prolungamento dei congedi parentali o del bonus baby-sitting. Lo smart working è una necessità momentanea ma non può e non deve essere normalità, senza regolamentazioni nè accordi tra le parti per migliorare le condizioni di lavoro. Occorre proteggere le donne dagli effetti secondari dell’emergenza, se non vogliamo tornare indietro di quarant’anni, dopo aver affermato il riconoscimento dei bisogni differenti, della salute di genere e dei diritti delle donne». —
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