Il Tirreno

Lucca

Fierista, mestiere a rischio scomparsa

L.s.

Chiccai, porchettari, brigidinai: con lo stop a eventi e sagre migliaia di operatori senza alcun reddito, appello alle istituzioni

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Sono una componente imprescindibile di ogni manifestazione, dalla più piccola fiera paesana alle manifestazioni più importanti come, nel caso di Lucca, il Summer Festival o i Comics. Quasi un “contorno” cui magari non facciamo caso (anche se tutti di quel “contorno” ne approfittiamo) ma dietro il quale stanno 35mila operatori – e relative famiglie – che rischiano di pagare un tributo pesante, quanto e più di altre categorie, alla crisi economica che seguirà inevitabilmente l’attuale crisi sanitaria. Sono i “chiccai”, i “brigidinai”, i “porchettari”, come vengono chiamati a seconda dei prodotti che vendono, ma il termine tecnico esatto è quello di fieristi. Attività spesso a conduzione familiare, magari da generazioni, che rischiano di essere cancellate da uno stop all’attività che non si sa per quanto ancora andrà avanti.

«Siamo stati i primi a chiudere, e saremo sicuramente gli ultimi a riaprire, almeno chi riuscirà ad aprire – commenta Luigi Cozza, portavoce dei fieristi per la Lucchesia e la Valdinievole – molti comuni hanno annullato ogni evento fino a luglio, ma la situazione è destinata a trascinarsi anche ben oltre la fine dell’emergenza coronavirus». Sì, perché per il tipo di attività, nell’immaginario effetto domino economico provocato dal Covid, i fieristi rappresentano davvero l’ultima tessera, il loro lavoro è strettamente collegato all’attività di altri soggetti: amministrazioni locali, associazioni, enti e chiunque organizzi un evento, una sagra o una fiera. E anche una volta che il “fermi tutti” nazionale sarà finito, e tutte le altre attività con le ossa più o meno rotte proveranno a riaprire, nel caso dei fieristi sarà, a essere ottimisti, una ripartenza da diesel. Questo perché molte fiere e manifestazioni – che richiedono mesi per la loro organizzazione – continueranno a saltare per molti mesi a seguire (e l’elenco degli eventi annullati è già lungo, comprendendone anche alcuni molto in là nel tempo).

Insomma mesi e mesi senza incassi, con gli operatori costretti ad attingere ai risparmi (quando ci sono) per pagare le spese vive che, invece, rimangono. «Con il contributo di 600 euro non possiamo certo andare avanti – riprende Cozza – dovendo pagare affitti aziendali, spese amministrative e così via. Non abbiamo prospettive, anche perché, anche quando potremo ripartire (e chissà quando) dovremmo affrontare ulteriori nuove spese, per la sanificazione delle strutture, per la predisposizione dei sistemi di sicurezza, per la rifornitura dei magazzini (visto che, vendendo prodotti deperibili, abbiamo anche dovuto buttare le scorte che avevamo, a proposito di costi). Ci sentiamo abbandonati a noi stessi. Tutti stiamo pagando un caro prezzo, ma tra gli ambulanti noi fieristi siamo probabilmente la categoria più colpita, quella proprio a reddito zero. Almeno per i mercatali qualche mercato hanno continuato ad allestirlo nelle scorse settimane. Chiediamo alle istituzioni, a partire dalla Regione, un sostegno per i mancati guadagni, per le dotazioni, o sotto forma di aiuti a fondo perduto, anche perché siamo una categoria che ha sempre pagato le tasse fino all’ultimo centesimo, vista tutta la documentazione richiesta (Durc e così via) per poter lavorare. Cercate di capire il nostro dramma. Siamo pronti a manifestare, non appena lo potremo fare». —

L.s.

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