Attenzione
Lo stop dopo anni di crisi Edilizia a rischio collasso
Parla il presidente di Ance Stefano Varia:«Dopo dieci anni di lacciuoli bisogna investire nelle infrastrutture per rilanciare l’intera economia»
Lucca
È uno dei settori trainanti dell’economia, ma da anni è costretto a lottare non solo contro una crisi generalizzata, ma anche contro la burocrazia, con una serie di norme nate in teoria per sostenere il settore, ma che, in pratica, rischiano di affossarlo. Stiamo parlando dell’edilizia, settore fatto di grandi, medie e tante piccole imprese, cui il coronavirus rischia di dare il colpo di grazia.
«La situazione è difficile da 10 anni – conferma Stefano Varia, presidente di Ance Toscana Nord – il nostro settore ha pagato scelte di governo scellerate che hanno portato a disinvestire nel settore opere pubbliche e che, dal 2008 a oggi, ha portato a far sparire il 37% delle imprese e a perdere oltre il 40% dei dipendenti. Adesso abbiamo questo stop, che rischia di produrre danni incalcolabili. Già adesso si avvertono grosse difficoltà». Anche perché quello edile è un settore dove la programmazione è fondamentale, e che mette in moto un’intera filiera di attività che – in una sorta di effetto domino – rischiano di fermarsi. Ma anche limitandosi al “solo” edile ci sono scadenze da rispettare («Lo stop alla nostra attività, al momento, non è stato indicato come causa di forza maggiore, e questo ci sottopone al rischio di penali se non rispettiamo i tempi, quando siamo costretti nostro malgrado a restare fermi»), tasse, stipendi, contributi e fornitori da pagare e così via.
Servono aiuti, quegli aiuti che sin qui non sono arrivati, anche se tutti (a parole) riconoscono l’importanza del settore. Lo stesso codice degli appalti, che doveva aiutare l’edilizia, si è tradotto, sottolinea Varia, in un dedalo di lacciuoli burocratici che di fatto hanno bloccato l’attività. Burocrazia che sta continuando a colpire in questi giorni difficili. Un esempio? «Ho passato tutta la giornata di domenica al telefono per cercare di capire l’ultimo Decreto del presidente del consiglio – racconta Varia – per cercare di capire cosa potevamo fare e cosa no. Alla fine è emerso che si fermavano tutti le attività del codice Ateco 41 mentre potevano continuare quelle del codice 42». Questo significa che, a parte i cantieri stradali e autostradali, tutti gli altri si dovevano fermare. Ora, al di là dei criteri che hanno portato a dare queste priorità (quando le condizioni di sicurezza sono le stesse), questo si è tradotto in un blocco – all’ultimo minuto e con la necessità di riorganizzarsi in tutta fretta – che di fatto ha fermato gran parte delle imprese: «Praticamente stanno lavorando solo il 20% dei dipendenti».
E il futuro? Quello che servirebbe, secondo Varia è una campagna di investimenti nelle infrastrutture, in grado di rilanciare non solo l’edilizia, ma l’intera economia (proprio per quel discorso di filiera lunga scritto sopra). Insomma, per il post coronavirus una sorta di new deal di “rooseveltiana” memoria, che proprio investendo nelle infrastrutture rilancio l’economia Usa messa in ginocchio dalla grande depressione, «anche se lo si sarebbe dovuto fare già con la crisi del 2009, ma voglio essere positivo, anche perché l’alternativa sarebbe quella di distruggere tante imprese e tanti posti di lavoro, con un impatto sociale che sarebbe devastante».
Ma, nonostante questo e un quadro allarmante, non si blocca l’impegno solidale anche del mondo edile. Oltre all’Ance, che ha donato ecografi agli ospedali della Versilia, di Pistoia e Prato, lo stesso Varia ha fatto un ordinativo di mascherine in Cina: «Sono riuscito a bloccarne 30mila, che stanno arrivando in questi giorni, 5/6mila sono destinate ai nostri dipendenti, le altre le regaleremo al personale sanitario». —
luigi spinosi
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
