Gioco
La nostra vita in “quarantena all’italiana” nella New York del falso lockdown
Il racconto del nostro collaboratore: «Dal 6 marzo siamo chiusi in casa, ma gli Stati Uniti a lungo non credevano al pericolo»
la testimonianza
alessandro petrini
Gli Stati Uniti hanno pensato a lungo di essere immuni a questa epidemia e per certi versi credono di esserlo ancora. Questa è la cosa che ci fa più paura.
Io sono negli Stati Uniti ormai dal 2017, quando ho raggiunto mia moglie Ilaria, lucchese come me, che già da due anni e mezzo lavorava a New York come biologa ricercatrice. Dopo sei mesi lontano dall’Italia, all’inizio di febbraio avevo comprato un biglietto aereo per rientrare a casa tre settimane, fare alcune cose di lavoro e riabbracciare famiglia e amici.
La data del rientro sarebbe stata dal 17 marzo al 6 aprile per poi rientrare a Brooklyn. A lungo ho pensato che sarei comunque rientrato, fino poi a desistere di fronte all’evidenza delle cose: avrei potenzialmente messo in pericolo i miei genitori, non avrei potuto muovermi né fare nulla di quello che avrei voluto. Ma soprattutto non sapevo quando sarei potuto tornare a casa da mia moglie a Brooklyn.
Così ho deciso di rimanere, sapendo di aver fatto la scelta giusta, anche se per certi versi in Italia ci saremmo sentiti più sicuri grazie alle misure restrittive che speriamo porteranno a risultati concreti.
A fine febbraio infatti, mentre in Lombardia e Veneto si istituivano le prime zone rosse, il portiere del mio palazzo mostrava un filo di commiserazione nel chiedermi cosa stesse succedendo in Italia e anche in televisione le notizie provenienti dall’Europa venivano vissute come lontane e irraggiungibili.
Anche perché il presidente Trump aveva appena bollato come “fake news” i dati che erano stati fornito dall’Organizzazione mondiale della sanità.
Così, decisi a rimanere a New York, abbiamo scelto di vivere adeguandoci alle misure introdotte dal governo italiano, perché ci siamo subito resi conto che negli Stati Uniti l’emergenza era pronta a esplodere, aggravata da una sanità privata e costosissima e dalla mentalità tutta americana di non aver mai avuto un vero nemico che sbarca sul proprio territorio.
La nostra ultima cena fuori è stata il 5 marzo, poi ci siamo chiusi nel nostro appartamento di poco più di 55 metri quadrati sfruttando il balcone esterno e riuscendo a lavorare da casa.
Nel frattempo anche qua la politica a stelle e strisce è stata costretta cambiare rotta, con la dichiarazione dello stato di emergenza nazionale, la chiusura delle scuole delle palestre, dei negozi non essenziali e la chiusura delle frontiere.
Ma se i telegiornali di tutto il mondo continuano a mostrare le strade una Manhattan deserta, senza turisti, studenti e impiegati che vanno al lavoro, nel resto di New York, dove vivono davvero le persone, le cose continuano ad andare diversamente.
Anche perché il lockdown imposto domenica scorsa nello stato di New York è molto meno restrittivo rispetto a quello italiano. Non c’è bisogno di alcuna autocertificazione per uscire e di fatto non ci sono controlli.
Qua non esistono ammortizzatori sociali, contratti a tempo indeterminato o cassa integrazione. Così tanti negozi e ristoranti che devono pagare affitti altissimi sono in uno stato di crisi e dalla scorsa settimana ricevo per email decine di richieste di donazione che permetterebbero loro di rimanere aperti.
La sensazione è che quando tutto ripartirà troveremo una New York davvero cambiata. Non sappiamo tra quanto sarà, ma il presidente Trump si è augurato di poter riaprire tutto dopo Pasqua perché «la cura non può essere peggio del male». —
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